Su Ferrovie del Messico

Nella mia bolla, molti lettori parlano di Ferrovie del Messico. Voglio parlarne anche io. Deve essere proprio un effetto collaterale di questo libro. Lo leggi e ti fa venire voglia di dire la tua, di rendere conto pubblicamente dell’apprezzamento. Forse per cercare di continuare a rimanerci dentro, per non abbandonarlo. Forse per ringraziare Gian Marco Griffi, l’autore. Forse questo è ciò che fanno i buoni libri. E questo indubbiamente è un buon libro.

[In questo articolo mi riferisco esplicitamente a scene e personaggi presenti in tutto il libro. Non è dunque indicato per chi ama le sorprese. Diciamo che va bene per chi pensa che sia più interessante il come piuttosto che il cosa o per chi ha già deciso che questo libro non lo leggerà mai. Così magari poi cambia idea.]

Ho finito di leggerlo già da qualche settimana ma l’ho lasciato decantare per un po’. Ero troppo stordito, appena terminato. Travolto da un’infinità di storie, storie piccole, storie grandi, storie accennate, storie interrotte, storie inventate, storie vere, storie false, storie metafisiche, storie poetiche, storie anacronistiche. E la Storia.

E da un’infinità di mondi, mondi vicini, mondi lontani, mondi in senso geografico, mondi letterari, mondi contemporanei, mondi vecchi, vecchio e nuovo mondo.

E da un’infinità di personaggi, alcuni dei seguiamo per tutta la loro esistenza; altri che sono poco più che comparse, ma che lasciano un segno indimenticabile.

Capitoli da incubo kafkiano. Pagine come spezzoni di Quentin Tarantino. Vagabondaggi selvaggi alla Bolano. Demenzialità Monty Python. Cattedrali letterarie alla maniera di Borges. Letteratura colta, mondo po, tutto nel frullatore. Senza mai prendersi sul serio.

E poi c’è la lingua.

Incomincio dalla lingua.

La lingua

La lingua di questo romanzo è come la copertina, di questo romanzo. Quando al Salone del Libro dello scorso anno vidi le copie di Ferrovie del Messico allo stand dell’Editore Laurana ho pensato Gesù ma come si fa a fare nel 2022 una copertina così. Era respingente, sapeva di stantio, mi faceva pensare Io un libro così non lo leggerei mai. Sfogliandolo, leggendo pagine a casaccio – cosa che faccio sempre, non mi lascio abbindolare dagli incipit sapendo l’enorme lavoro di cesello persuasivo che c’è dietro l’incipit dei romanzi – la lingua in cui è scritto, in un primo momento, può fare quest’effetto: parole in tedesco, frasi in francese, citazioni in spagnolo, riferimenti a libri che Eddiomio, chi li ha mai sentiti, parole demodè, parole mai pervenute. Il rischio di pretenziosità, in questa prima sfogliata sembra essere altissimo. Ma la frase in quarta di copertina è molto bella e decido di affondare.

Comincio a capire che tutto quel bailamme linguistico è un gioco. Anzi, sono più giochi. Che, in sostanza la lingua di questo romanzo non è una, ma sono tante, che esattamente come i personaggi e le storie defluiscono in una rete idrica dispersiva di rigagnoli, gocce e rapide. Nessuna pretenziosità, nessuna voglia di apparire colto. Semmai, al contrario, c’è la voglia di prendere in giro gli ambienti colti dove la lingua viene usata per mettere distanza. Il tedesco diventa la lingua delle parole che vogliono riassumere tutto in un unico termine, dichiarando la follia e l’allucinazione nazista di voler dare un solo ordine al mondo. Lo spagnolo sudamericano è la materia del realismo magico che muove tutto in questo romanzo, ma è anche sudore e appiccicume tropicale. L’italiano cerca di affermarsi ma, come il fascismo, non può che cedere e sgretolarsi sotto la forza degli accenti dialettali, della voglia del popolo italiano di affermarsi per come è. Tra questi accenti, il piemontese. Mentre gli accenti forti, il veneto di Lito Zanon e il romano dell’Aiutante Capo, sono per personaggi forti, macchiettistici a tratti, il piemontese è leggero, fenogliano, forse riconoscibile solo per chi lo frequenta, e diventa una tinta secondo me determinante. Un esempio su tutti.

Ad un certo punto Cesco Magetti, il protagonista, sta chiedendo informazioni in un paesino nella campagna del Monferrato per ritrovare nei dintorni la casa di una donna, una specie di strega. Un vecchio gli fa una mappa e gli spiega grosso modo dove andare. Dando indicazioni dice, di una certa zona, Lì non andare che c’è niente.

In italiano si direbbe Lì non c’è niente. In Piemonte invece si dice senza la negazione. Lì c’è niente.

Lì c’è niente. E Cesco Magetti va proprio lì dove il vecchio gli ha detto che c’è niente e in effetti trova…il niente. Il niente assoluto metafisico. Un nulla come quello di Michael Ende ma stazionario. Secondo me questa trovata surreale è venuta proprio fuori dalla lingua, piemontese in questo caso. Se non si fosse detto Lì c’è niente probabilmente questa scena non ci sarebbe. Questo vorrei proprio chiederglielo all’autore Gian Marco Griffi.

I giochi con la lingua a volte diventano acrobazia ma, anche quando rischia, non diventa mai virtuosismo fine a sé stesso. In una scena Cesco Magetti conosce casualmente per strada un signore, Valpreda, estremamente esperto di cruciverba e tutto diventa bartezzaghiano, metodico, ma sempre ironico e sagace.

I personaggi.

Lingua e personaggi sono indissolubilmente legati. E sono la cosa migliore di questo romanzo. Lito Zanon, orcoìo, è per me il migliore. Pagine pagine e pagine di sproloquio, racconti, memorie, incontri, divagazioni che neanche Tarantino sa più scrivere così bene. Non chiude mai un racconto, non vuole andare a parare da nessuna parte, eppure tu stai lì e te le ciucci tutte, le boiate più stupide e le più grandi verità.

Tutti gli esseri umani consapevoli e sensibili prima o poi afferrano qualcosa che li rende ineluttabilmente tristi. Per fortuna a questo mondo esistono persone semplici che non afferreranno mai quel qualcosa, altrimenti si ammazzerebbero tutti dal primo all’ultimo.

Mec, il compare di Lito. Muto per scelta, che capisci perché in uno struggente capitolo ambientato in un pueblo sperduto.

E poi tanti, tanti, tanti altri.

Magia

Rientra Ferrovie del Messico in quella speciale categoria di libri magici. Quei libri che non sono io che leggo loro ma sono loro che leggono me. Questo libro, senza essere un algoritmo, sa esattamente cosa mi piace, cosa faccio e cosa mi agita. Il Grignolino, vino rosso piemontese quasi sconosciuto fuori regione. Il Perugino, che arriva casualmente, solo citato, in un capitolo che leggo due ore dopo essere andato a vedere la mostra alla Galleria Nazionale di Perugia. Una critica radicale – à la Marcello Cini –allo scientismo tecnologico occidentale che è il mio più grande cruccio da sempre e in particolare in questi anni (“D’altro canto sono utilizzati per scopi che io ignoro” dice Treumund, un funzionario di una grande industria chimica “Il nostro lavoro è produrre colori, non preoccuparci delle conseguenze del loro utilizzo”. La magia esiste, ricordiamolo sempre.

La storia.

Okay ma di cosa parla questo libro? La trama è sul confine tra il mavalà patacca! e il bè ci sta.

1944, a Cesco Magetti, milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria, cioè la Polizia ferroviaria fascista, viene ordinato di preparare entro pochi giorni una mappa ferroviaria delle ferrovie del Messico. Richiesta assurda, senza motivo, che però è un ordine che viene direttamente da Berlino. Cerca di reperire informazioni come può e nel farlo si innamora di una ragazza, Tilde, conosce due becchini, Lito e Mec, che hanno lavorato come costruttori di ferrovie in tutto il Sudamerica, scopre e frequenta un locale notturno clandestino, conosce un cartografo samoano e si trova, con un badile in mano, al cospetto di un gerarca nazista. Insomma la storia è la macchina che ci porta in giro, ma solo pochi stolti sono interessati a guardare la macchina anziché il paesaggio.

Cosa lascia questo libro?

La vita. Questo mondo è una puttana grama, ragazzi, ma perfino i morti le si aggrappano alla sottoveste per non mollarla.

E poi il senso di libertà, senza dubbio.

Una enorme e invidiabile libertà di scrittura. Scrivere senza un limite. Scrivere senza paletti. Scrivere quello che si vuole senza preoccupazioni di realismo, di numero di battute, di orizzonti, di generi, di omogeneità, di adesione ideologica, di mercato, di pagine (che poi… sono 800, ma è scritto grande, e il volume è comunque molto comodo). Libertà assoluta. Giù il cappello.

2 pensieri riguardo “Su Ferrovie del Messico

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