Mi sembra che ci sia stato, negli ultimi anni, un cambiamento su cosa si pensa debba essere la verità.
Un mutamento di cosa si pensa sia la verità e una variazione di come si pensa si debba giungere alla verità.
Da una verità ricercata a una verità rivelata.
Si è passati da una verità come percorso a una verità come atto.
È un cambiamento della società, forse solo della percezione della società, ma che ha delle conseguenze pratiche, in particolare nella comunicazione globale, enormi.
La verità, che sia scientifica, sociale o politica, è stata a lungo intesa come l’approdo di un processo, che sia un processo di metodo razionale scientifico, che sia di mediazione culturale, che sia di tentativi ed errori. Io in particolare sono affezionato ad un’idea di verità debole cioè una verità transitoria, instabile, che ha consapevolezza dei suoi limiti. Perché trovo che in quelle verità deboli ci sia più polpa, un po’ come se la piccola dimensione del piatto fosse il prezzo da pagare per una portata deliziosa.
Poco interessante la verità per cui la costante di gravitazione universale ha lo stesso valore in tutto l’Universo (che poi, anche lì, con un po’ di modestia e lungimiranza si potrebbe pensare che alcune cose della Fisica potrebbero essere molto diverse, molto lontano da noi).
Molto più interessante una verità sociale, valida localmente o per un tempo ristretto.
In ogni caso una verità che richiede del lavoro di scavo da farsi. Un lavoro, privato o collettivo, che può chiedere delle rinunce all’ego. Una verità Illuministica, direi.
Nel ’56 l’esercito sovietico reprime la rivoluzione in Ungheria: quante persone, che si professavano comuniste, hanno dovuto lavorare dentro di sé per trovare una verità politica? E quanto può durare quel lavoro di ricerca della verità?
La ricerca di una verità costa fatica. Questo è per me il lascito del ‘900.
Ma mi sembra che il mondo, le persone che abitano questo mondo ora, non la intendano più così.
La verità, ora che abbiamo preso bene il largo dal Novecento, è qualcosa a cui si arriva per rivelazione. Per grazia ricevuta. La verità ha un radicamento interiore che le dona inscalfibili certezze.
Il concetto di verità si è indissolubilmente saldato all’ego. L’io, il senso di sé stessi, si è cementato completamente al proprio senso di verità, al punto che non è possibile lavorare a eliminare, smussare parti delle verità senza frantumare il senso della propria personalità.
Se la verità sta fuori di me, ok posso lavorarci senza rischi. Se io coincido con la mia verità, per me difendere quella verità diventa questione di vita o di morte.
Una conseguenza drammatica è che non sia più possibile imbastire discussioni sulle idee senza che vengano tirati in ballo gli ego, senza che quella discussione non diventi una lotta tra cani che combattono per rimanere vivi.
La Verità rivelata è propria dell’approccio religioso. Intendo religioso in senso antropologico, non teologico o ecclesiastico. Vedo questo approccio in situazioni che diventano paradossali.
Da un lato vedo persone con uno spirito anti sistema, che spesso diventa antirazionalista, che invece pensano di se stesse di essere più razionali e scientifiche di quelli della scienza mainstream.
Dall’altro vedo alcune persone della comunità scientifica comportarsi secondo dogmi, precetti e ingenuità che speravo che il dibattito epistemologico del Novecento avesse ormai spazzato via.
Sono due modi opposti di vivere una verità rivelata: antisistema il primo e scientifica il secondo.
E paradosso sul paradosso, mi sembra che al momento le figure che perseguono di meno questa strada della verità rivelata siano persone che invece vengono dal mondo della Chiesa.
Dove ha origine e sostentamento questa attitudine alla verità rivelata?
In parte penso sia qualcosa che abbiamo dentro, qualcosa che sempre ci accompagnerà. Qualcosa che ci ha anche permesso di essere come siamo. Qualcosa di simile a quello che Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara raccontano in “Nati per credere”. Affidarci a una verità perché ci è stata rivelata e molto meno dispendioso energeticamente di sbattere la testa da una parte all’altra cercando di arrivare a una verità che comprenda più cose.
Ok ma, mi dico, perché dopo decenni in cui questo approccio sembrava scomparso o comunque ridotto al minimo, ora, in questo quarto di secolo nuovo, sembra essere riemerso?
Non ho né le capacità né la spocchia per fare una analisi globale. Ho dato solo uno sguardo attorno a me, alle cose che conosco e apprezzo di più. Le narrazioni popolari. O pop, via.
Un buon punto zero è X-files. Mi viene da ridere pensando all’allerta che c’è stata per la pericolosità di Squid Game. Dilettanti. Nulla che rimanga davvero, lì. Invece, nella testa di molti adolescenti di metà anni Novanta si è formata, lentamente, in modo impercettibile, senza allarmi, una radicata concezione della possibilità effettiva di essere vagamente presi per il culo da tutto il mondo. A Mulder e Scully ho voluto bene anche io, ma adesso, passati molti anni, li incriminerei per avvelenamento intellettuale, una sorta di paranoia diluita e somministrata poco a poco, come il piombo nei tubi delle case antiche.
Poi, nel 1999 la deflagrazione: Matrix. Un capolavoro. Un film che ha segnato un vetta cinematografica forse mai più raggiunta. Ma che, anche questo, ha lavorato sottotraccia nella società molto di più di quanto mi potevo aspettare.
Matrix è il Vangelo della Verità Rivelata.
Pillola rossa o pillola blu. Bum. Non c’è più niente da fare. Nessuna discussione, nessuna dialettica. Nessuna argomentazione sarà mai più in grado di riportare il confronto. Tu sei ancora dentro, io sono fuori. Io non ho bisogno di ascoltarti perché io so, io ho preso la pillola giusta. Tu invece sei ancora dentro Matrix, e quindi non puoi vedere, e quindi io non ti ascolterò. Non c’è più spazio per nessun dialogo. Non ti riconosco. Non sei dei miei.
I miei, i tuoi. Us and them.
Qualche tempo dopo aver visto Matrix, mossi due obiezioni, una di carattere fisico e una di carattere filosofico.
La prima diceva più o meno: “Il secondo principio della Termodinamica suggerisce che usare gli uomini come batterie è una idiozia incredibile perché agli uomini devi dare energia, non prenderla”
La seconda diceva: “Ma una volta che Neo è uscito da Matrix, come fa ad essere sicuro che quella in cui si trova ora sia La vera realtà? Cioè una volta capito che i tuoi sensi possono essere ingannati, come fai a non mantenere un atteggiamento scettico ovunque?”
Ed è questo che manca. Capire di cosa è conseguenza il mio pensiero.
Cioè manca quell’esercizio costante e continuo, quell’igiene personale mentale che ci porta a dire: perché mi sto schierando con così tanta foga con questo o contro questo?
Ricevere una verità rivelata semplifica molto la vita, perché elimina l’impegno del confronto con l’altro e con sé stessi, che in fondo è l’unica grande fatica di questo mondo.