Non ho conosciuto un artista. Ho conosciuto un papà.
Quel tipo di persone, mamme e papà della classe, che sul telefono memorizziamo come un tutt’uno con i figli.
Abbiamo conosciuto così, Paolo. Semplicemente Paolo.
Certo, non ignoravamo il suo mestiere.
Ma, se non contano i concerti degli Scisma visti a vent’anni, posso dire che la prima esibizione che ho visto di Paolo sia stata Live in Asilo Nido per la festa di Natale; quella chitarra imbracciata con lo stesso entusiasmo e generosità che poi regalava sul palco.
Nelle chiacchiere, mentre le figlie scorrazzavano in pizzeria o nelle discussioni tra le giostre dei baracconi, l’umiltà iperbolica di Paolo lo faceva parlare poco, e dandone la minima importanza, di quel mondo così lontano da noi, il mondo degli artisti, dei concerti, delle case discografiche. Discussioni sui lavori del superbonus inframezzate da sagaci commenti sull’inconsistenza delle canzoni contemporanee.
Ho avuto il privilegio di conoscere una persona straordinaria come Paolo, da un punto di vista molto ordinario.
E questo è uno di quei regali incredibili e imprevisti che solo i figli ti sanno fare.
Le nostre figlie, le tre A.
L’altro giorno, sai, le ho sentite che si dicevano: “Noi tre ci conosciamo da sette anni”.
Loro che in questi giorni, di anni, ne compiono otto.
E guardarle mi ha dato conferma della profonda verità delle tue ultime parole pubbliche.
Non portano denaro, ma portano gioia.