Dite Cheeeese!

Scattiamo la foto solo nel momento in cui il bambino sorride. Lo istruiamo a sorridere, lo addestriamo ad avere il riflesso condizionato che al levarsi della macchina fotografica immediatamente si stampa il sorriso da foto sul viso.

C’è chi riesce a farlo naturale, c’è chi lo avrà per sempre falso.

Con i selfie questo processo di istruzione è diventato per tutti autocontenuto, ci siamo autoistruiti da soli ( e non vale solo per le ragazzine con la bocca a culo di gallina, perché a culo di gallina ci mettiamo tutti, con i selfie, di qualsiasi età, di qualsiasi genere.

C’è un obiettivo che capisco bene dietro a questo: che quando riguardiamo quelle foto, anche dopo anni, se non siamo in posa e se non stiamo sorridendo, quella foto non ci piace, diciamo che è venuta male.

Siamo sulle Ramblas a Barcellona. Primi anni ’90. Sullo sfondo c’è il solito via vai di gente. Bancarelle. Noi quattro, famiglia, siamo in posa – mio padre avrà fermato un altro turista, offrendosi di contraccambiare il favore fotografico, pratica che non è scomparsa con l’introduzione del selfie stick, anche se il selfie stick ci permette di avere il controllo sulla foto, dell’inquadratura, del momento di scatto, ci permette di scattare la foto cento volte se voglio, mentre al povero cristo che fermiamo in strada o, peggio, che si offre, oltre alle tre o quattro che in modo previdente ha già scattato lui, non possiamo chiederne altre. E quando ti dice No ma le guardi pure se vanno bene… e tu le guardi e lui ha scattato tre foto identiche, tutte super grandangolari, che te e la tua famiglia siete poco più di 42 pixel per 42 pixel, che quando le vai a riguardare devi allargare la foto con due dita e viene tutto sgranato, ma anche che la foto in sè fa proprio cagare, che è piena di altra gente e la torretta liberty molto carina sullo sfondo è troncata e tu dici …vanno benissimo grazie. Ecco, nonostante tutto questo il selfie stick non ha sostituito lo scambio di fotografie e va bene così – noi quattro siamo in posa, sempre lì sulle Ramblas a Barcellona e siamo tutti seri. Nessuno sorride.

Riguardiamo quella foto a distanza di anni e diciamo Chissà perché eravamo arrabbiati?

Ma guardando la foto, non siamo arrabbiati. Siamo solo seri. O forse neanche. Siamo solo normali. Non abbiamo sorriso a comando. Forse il turista che mio padre aveva fermato era un Combattente per la Verità in incognito, tipo che ha fatto un conto alla rovescia, ha fatto finta di scattare la foto, e un istante dopo noi quattro abbiamo lasciato andare il sorriso da foto e lui, affilato, ha scattato in quel preciso istante.

Forse avevamo davvero litigato, chi lo sa.

Fattostà che una foto così, poi, dopo, quando ce la riguardiamo, non ci piace. Non è che diciamo Guarda che capolavoro di realismo. Guarda che foto degna di Walker Evans. Diciamo Chissà se ne avevamo fatta un’altra.

Ecco allora l’imperativo di dire Cheese!

Diverso è invece quando tutti ridono e c’è un bambino, uno solo, imbronciato. Ecco, quello è il gesto più anarchico che io riesca a concepire da parte di un bambino. Col cazzo che io rido ora.

C’è il guastafeste fotografico. Quello cazzaro. Da sempre fanno le boccacce, gli sberleffi. Sono quelli che poi faranno le corna dietro ai compagni nelle foto di classe o di capi di stato. Quelli sono più teste di cazzo che anarchici.

Quei bambini che invece stanno imbronciati sono i veri rivoluzionari, quelli che vogliono mettere il mondo sottosopra. 

Mettono in atto, in modo completamente istintivo, una ribellione.

A che cosa?

Già, a che cosa?

A che cosa serve dire Cheese? Cosa vogliamo davvero da una foto? Cosa cerchiamo davvero in una foto?

Vogliamo imporre una realtà. Vogliamo forzare il mondo ad adeguarsi alla nostra realtà. Questa nostra realtà non ha nulla di reale. La foto che ritrae il reale, il vero, la verità (butto là un po’ di queste parole solo per fare impazzire qualche eventuale filosofo tra i lettori) ci fa schifo.

Vogliamo che la foto sia una immagine della nostra idea di cosa quella realtà debba essere. Niente di più astratto. Ma ci illudiamo che sia la nuda realtà.

Ci si accorge di questo quando si guardano le foto, proprie o di qualcun altro, che sono state scattate senza un soggetto. Foto delle vacanze in Puglia con solo panorami di olivi e masserie. Foto di campi di fiori. Foto di spiagge e tramonti. Foto di castelli scozzesi in mezzo alla natura. Foto che non dicono nulla. Foto di nessuno. Foto automatiche. Foto di tutti. Foto senza alcun valore. Foto che sono state scattate senza nessuna idea di cosa quella realtà debba essere. Se in quella foto metto mia figlia e una sua amica che sorridono, quanto  meno sto affermando che in mezzo a quel sentiero di montagna c’è modo di divertirsi. Anche se non è vero. Anche se mia figlia e l’amica avrebbero preferito passare tutta la domenica sul letto a castello in cameretta. Ma, per convenzione sociale, talmente è radicata, si prestano a questo schema.

Se piove apriamo l’o…?

…MBREEELLOOO! Rispondono i bambini tutti in coro. E noi annuiamo compiaciuti.

Forziamo la realtà che ci circonda di continuo. Pensando ingenuamente, ma è la realtà che è così!

Allora il bambino che sta serio o sta imbronciato nelle foto è l’ultimo combattente, l’ultimo guardiano. Il baluardo, quello che potrà essere in grado di smascherare la nostra pretesa di trasformare in reale la nostra idea di cosa il mondo debba essere.

Non mi adeguo manco morto a questa forzatura. Non c’ho niente da ridere. Sono stanco morto. Volevo andare in spiaggia a giocare. Ho acconsentito a venire con voi a girare per questa città ma ora basta, non chiedetemi pure di fare finta di essere super contento. Se vuoi un sorriso da super contento dovevi prenderlo 10 minuti fa quando su quella bancarella ho visto un super robot giocattolo.

 Sarà l’unico in grado di dire che è tutto sbagliato, che quell’immagine l’abbiamo scattata solo per la foto, che le cose stanno diversamente, che c’è una realtà diversa che non vogliamo vedere, che forse eravamo arrabbiati davvero, che forse avevamo un problema che è rimasto fuori dalla foto.

La mia rivoluzione la farei partire da lì. Da un bambino che dice Se piove apriamo l’o…, l’ostrica, l’olio, lo zio.

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