È sempre molto difficile uscire dalla propria bolla, quella che sia, ed è ancora più difficile uscire dalla propria bolla politica. Osservando, in questo periodo elettorale, l’atteggiamento di persone che sostengono a Perugia la coalizione di centrodestra, mi viene in mente una strofa lancinante della canzone Time dei Pink Floyd:
Ten years have got behind you
No one told you when to run
You missed the starting gun
(Dieci anni ti sono passati alle spalle, nessuno ti ha detto quando era il momento di correre, non hai sentito lo sparo di inizio gara)
Penso che tutti ne abbiamo fatto esperienza. Io, in particolare, sono arrivato a Perugia nel 2006 e dieci anni dopo mi sembrava ancora di essere appena arrivato.
Ecco, molte persone che sostengono il centrodestra che vedo e che sento, hanno la sensazione di essere appena arrivate al governo della città. E umanamente le capisco profondamente; dopo oltre sessant’anni di governi socialisti prima e di centro sinistra poi, la sensazione di essere appena arrivati, di avere appena fatto in tempo a portare in casa i mobili, è pienamente comprensibile. Umanamente.
Ma politicamente, no. Politicamente, sentirsi in diritto di governare perché prima ci sono stati gli altri è l’equivalente dello spirito rottamatorio che ha tracciato una parte importante e, secondo me, nefasta della politica nazionale negli ultimi undici anni. Forse non a caso il cambio di rotta di Perugia del 2014 stava proprio in quel contesto politico. Non aggressiva come quella a Cinque Stelle o renziana, ma pur sempre rottamazione.
LA RETORICA DEI FATTI
La narrazione principale in questa campagna elettorale del centrodestra è quella dei fatti: una lista di “risultati” portati dalle due giunte Romizi. Questa narrazione ha come pilastro centrale il risanamento del buco di bilancio, al quale si è aggiunta la narrazione dei fondi investiti nei vari progetti (di cui una fetta consistente fondi PNRR). Direi una narrazione amministrativista e finanziaria. I fatti, in questo caso, sono cifre. È uno stile di comunicazione politica che è ben radicato nel centrodestra, quello inventato da Berlusconi, per dire. Che però tradisce la confusione che c’è fra obiettivi e risultati. Dire che ho speso tot soldi per realizzare un progetto, non significa automaticamente che quel progetto abbia avuto successo. Una azienda che investe in nuovi macchinari, non sventola quel fatto come un risultato, ma se il fatturato aumenta, allora potrà dire che spendendo quei soldi per gli investimenti ha ottenuto il risultato di aumentare il fatturato.
La narrazione dei soldi spesi mi sembra sia pura retorica.
Cos’è che indica allora il risultato? Qual è l’equivalente del fatturato per una amministrazione comunale? La metafora aziendalistica dell’amministrazione pubblica mi fa orrore, ma se dovessi spingermi a trovare una risposta direi che l’equivalente del fatturato è la qualità dei servizi, delle relazioni, in sostanza la qualità della vita dei suoi cittadini. Molto difficile da misurare, perché non è fatta solo di cifre, e quando è fatta di cifre si porta dietro tutta l’evanescenza della statistica.
Inutile quindi sbandierare i fatti con questa faciloneria. Non inutile, retorico.
Dieci anni sono molti in realtà.
Per fare un esempio che conosco bene, e per non farmi mancare mai un po’ di sabaudade, del progetto della Metropolitana di Torino se ne parlava da decenni, ma da quando fu preso in mano seriamente nel 1999 e, decisa la sua realizzazione, passarono solo sette anni per la sua realizzazione; la linea fu inaugurata nel 2006. E stiamo parlando di un’opera gigantesca.
La realizzazione del Minimetro a Perugia venne decisa nel 1998 e l’impianto inaugurato nel 2008.
Al di là dei tagli di nastri degli ultimi mesi, cosa è stato realmente inaugurato negli ultimi dieci anni a Perugia? Per cosa ricorderemo il sindaco Romizi? Cosa ha lasciato questa giunta alla memoria della città di Perugia?
Ma soprattutto, che idea di Perugia ha avuto?
VISIONE e CULTURA
Perché in fondo è qui la domanda. Che idea di città aveva in mente il centrodestra prima di insediarsi?
La risposta secondo me è: nessuna. Nessuna idea.
Ed è un problema perché il valore principale di una amministrazione non sta nei fatti. Il valore sta nelle idee. E le idee sono un prodotto della cultura. E la cultura, l’idea di cultura che c’è dietro ad una città, è la vera, grande e unica assente di questi ultimi dieci anni di giunte Romizi.
Un profilo culturale così basso io credo che questa città non lo avesse mai avuto. Tutti, e non è un segreto, hanno in fondo pensato che il vero assessore alla cultura de facto della città di questi ultimi dieci anni sia stato il Direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria Marco Pierini, che ha fatto un lavoro straordinario sul pubblico, facendo girare in Galleria progetti e persone, incrociando varie realtà culturali cittadine, facendo in sostanza quello che dovrebbe fare un Assessore alla Cultura e cioè distribuire le carte.
L’Assessora alla Cultura della prima giunta Romizi, Teresa Severini sarà ricordata per aver riportato una idea forte di passato dentro a questa città, mentre l’ultimo Assessore, Leonardo Varasano verrà ricordato… per che cosa? Per le introduzioni che ha scritto ai libri? Per le moderazioni fatte ad alcuni convegni minori? Quale è stata l’idea ispiratrice del suo agire? Quale la sua visione? Nessuna. Nessuna idea di città.
Assessorato alla Cultura? Mettiamoci una persona di cultura. Questa è stata l’interpretazione delle due giunte Romizi dell’Assessorato alla Cultura. Chi abbiamo che sa un po’ di cultura? Mettiamoci lui.
L’Assessorato alla Cultura di una città è di una importanza straordinaria. Per evitare malintesi sarebbe meglio chiamarlo Assessorato alle Politiche Culturali.
La mia città di origine, Torino, è rinata, anzi resuscitata, solo grazie ad una idea forte di cultura, una visione della città che coincide completamente con la sua struttura culturale. E non è un fatto di destra e sinistra. È un fatto di credere che le politiche culturali siano parte integrante di ogni aspetto della vita di una città moderna, che irrorino ogni aspetto di ogni assessorato. Il turismo e il commercio devono essere orientati alla cultura, l’urbanistica deve essere orientata alla cultura, lo sport, le politiche giovanili, lo sviluppo economico. Altrimenti si costruiscono scatole che rimangono vuote come il Mercato Coperto, l’ex-tabacchificio o abbandonate come i Mercati Generali, ma anche come il Love Film Festival, che in dieci anni non è riuscito ad aggregare nessun grande interesse nè movimento di taglio nazionale, o quella miriade di iniziative di piccolissimo cabotaggio.
Scatole che rimangono vuote saranno anche dei fatti ma non sono dei risultati.
La candidata sindaca Margherita Scoccia non ha speso una parola in campagna elettorale per far capire quale sia la direzione che intende dare al suo operato sulle politiche culturali. E in un certo senso credo che in cuor suo sia in completa buona fede, perché credo che non comprenda proprio la domanda, che non capisca dove sta il cuore di questa faccenda.
E questo perché è una perfetta erede dell’approccio tecnico-amministrativista che ha governato questa città negli ultimi dieci anni, perché pensa che fare politica sia ragionare sui fatti e non sulle idee.
I fatti hanno ovviamente, hanno un valore enorme, ci mancherebbe. Non sono qui a fare l’elogio del vanverismo. Ma i fatti che hanno davvero valore sono quei fatti che stanno dentro ad una visione globale chiara di sviluppo di una città. Altrimenti sono un vanverismo di fatti. Solo che le parole a vanvera non costano niente mentre i fatti a vanvera sono uno spreco di risorse pubbliche.