Sul gioco, sul giocare e sui giocatori

Sotto le feste, si sa, si gioca.

Giocare, parola ultra ambigua. Perché oltre alla sua ambiguità di base, ai diversi significati che la stessa parola racchiude c’è il fatto che giocare, invece, ha l’apparenza di una parola cristallina, pulita, univoca, in cui tutti, bene o male, riconoscono lo stesso significato; mentre secondo me giocare riesce a mettere sotto le stesse tegole concetti proprio lontani, opposti direi.

Forse questa pretesa chiarezza viene dalla lingua italiana, che ha rifiutato i molti altri significati che ad esempio in francese e in inglese ha: jouer d’un instrument, playing theatre. Giocare, per inglesi e francesi già vuol dire cose diverse di per sé. In italiano invece, giocare è fare un gioco, è intraprendere un’attività ludica, dilettevole. Già qui, si direbbe, per l’italiano fare teatro o suonare uno strumento, non è inteso come attività dilettevole, ma qualcosa di più serioso.

Giocare. Gioco. Cos’è un gioco? Da una parte ci sono le regole del gioco,  e anche  ogni gioco ha le sue regole che sembrerebbe mettere il gioco in una condizione chiusa e circoscritta; ma poi basta considerare la domanda Adesso possiamo andare a giocare? per capire che il gioco è richiesta di libertà, di uscire dalla stanza delle regole. E in effetti quando i bambini giocano, intendono per lo più gioco libero. Le regole, se ci sono, non sono scritte su un foglietto, sono tacite, implicite, morbide e mutevoli.

Queste di fatto sono le due accezioni opposte, per me incompatibili, ma entrambe legittime, della parola giocare. Da un lato il gioco di società,  con le sue istruzioni, con le sue regole, con i suoi confini netti. Dall’altro il gioco d’invenzione, di creazione. Da un lato giocare significa percorrere dei sentieri già tracciati, attraversando un panorama già dipinto, condividendo tensioni preimpostate e desideri già pianificati (da altri). Dall’altro giocare significa andare senza una meta, vagabondare, sorprendersi.

C’è un oggetto emblematico di questa spaccatura, di questa doppia identità, di questo Dottor Jekyll e Mr Hyde ludico: il Lego. Il progenitore di tutte le costruzioni (o cùstruzioni, come io e non solo, per lunghi anni ho chiamato questo gioco). Il Lego è IL gioco libero, di creazione, d’invenzione. Si parte da componenti fondamentali, pochi per varietà, e si esplora, si prova, si monta, si smonta. Poi ad un certo punto si trova qualcosa, si accende un luccichio nella mente e si persegue una strada che porta a completare la costruzione. Laterale, anarchico. Solitario o in compagnia. Spesso solitario e in compagnia. Le regole ce le si dà solo a riconoscimento di un senso superiore, soprattutto estetico (No! Questa torre facciamola solo gialla e nera). E poi, come in un mandala, tutto necessariamente si deve distruggere per poter iniziare di nuovo. La fine, la distruzione, la morte è parte del gioco, senza di essa non c’è modo di giocare ancora. Il più basico ma anche il più adulto dei modi di giocare.

Ma il Lego può diventare anche l’esatto opposto. Anzi, molto più sovente è l’esatto opposto: c’è una scatola, sopra c’è rappresentato il prodotto finito. Dentro ci sono i componenti elementari e ci sono le istruzioni. Si gioca leggendo le istruzioni dallo step 1 allo step 18 e si monta linearmente, consequenzialmente fino ad arrivare esattamente a ciò che c’è fotografato sulla scatola. Un puzzle, in sostanza. O più precisamente un mobile IKEA per piccoli. Questi manufatti poi rimangono costruiti, perché ci si può giocare, cioè coi pupazzini si fanno le storie, si entra nelle case, si fanno le battaglie, si va a comprare il gelato. Cioè dopo diventano altro. Diventano dei Playmobil. Se va bene. Perché se va male diventano dei diorami. Ho conosciuto dei bambini che finiti di costruire (sic!) i loro Lego, li mettono su una mensola o in una vetrina, aspettando di ricevere il prossimo. Piccoli asettici collezionisti. Ho visto, una volta, una crisi di pianto perché qualcuno aveva cercato di smontare dei pezzi al diorama finito. Ma… Dio Rama! Questo sarà il mio nome il giorno che diventerò divinità, l’Angelo della Morte, il Distruttore di Lego. Il mio nome sarà bestemmiato in tutti i negozi e in tutte le mostre.

Normale che questa seconda modalità abbia avuto il successo commerciale che ha permesso alla Lego di continuare ad esistere e crescere: brand e marketing. È il mercato, bellezza. Si, capisco, ma mi fa impazzire che la stessa idea di base, mattoncini, possa essere estesa a coprire sia il gioco più libero e anarchico che si possa immaginare, sia quello di più docile ammansuetamento al consumo capitalistico. Lo so che si vendono le cestone di pezzi liberi, ma avete mai provato, di recente, a regalarle?

I giocatori. Qui la parola perde l’ambiguità. Perché per giocatore non si intende mai colui a cui piace fare dei giochi liberi.

«Lui è un giocatore» : immediata collocazione sportiva, alla quale segue la domanda «Ah, in che squadra?»

«Lui è un giocatore» detto con leggera malizia di sopracciglia ovvero con sguardo basso, significa “Lui gioca d’azzardo, gioca a soldi oppure è ludopatico”

«Loro sono giocatori» significa che quel gruppo di persone, amici o famiglia, si dedicano ai giochi di società, ai giochi di carte, giochi d’autore o anche ai giochi di ruolo. Giochi di infinite geometrie possibili, ma ciascuna sta dentro una scatola e quella scatola lì, la scatola dei giochi, rappresenta esattamente il confine, il limite, la regola. Per cui sono quelli che, tutti indistintamente, io chiamo giochi in scatola o meglio giochi nella scatola. Non è possibile prendere dei pezzi di un gioco in scatola e metterli in un altro gioco in scatola. Ogne giochina la sua scatolina.

Si può giocare con le parole, ma si è giocatore di parole solo se si è dediti con costanza a Scarabeo e affini.

Si può a dire il vero giocare con tutto.

Si può giocare con uno strumento musicale, ma nessuno dice che Stefano Bollani è un giocatore mentre Maurizio Pollini no. Sono entrambi musicisti. Ma Stefano Bollani gioca.

Si può giocare con pezzetti di carta. Si può giocare con le calze. Si può giocare con il cibo. Ma difficilmente si è giocatori.

Sotto le feste, si sa, si gioca.

Innanzitutto ci sono i giochi tradizionali, la tombola su tutti. Poi i giochi tradizionali famigliari o locali. Subdoli nell’estorsione della perdita: o soldi, o tempo. Sono reduce da una partita natalizia a un gioco della tradizione di famiglia istriana durata 180 minuti. O ricordo ancora la prima e ultima partita a Bestia, il primo Natale passato in Umbria: 50 euro persi in 7 minuti. Poi ci sono i giochi moderni, quelli che negli altri periodi non abbiamo tempo di farli: i vari Monopoli e Risiko. Poi ci sono i giochi contemporanei quelli che solo nelle case dei giocatori si fanno. Giochiamo? Ho portato l’ultimo Spiel des jahres. Qui ci si rimette completamente alla sapienza, clemenza e sensibilità del master giocatore. Può essere una gradevole oretta di gioco oppure un inferno di regole, parametri, conte di punti, di tessere, di omini, di colori, di forme, di carte, di cartoncini, di bottoni, di plance, plance piccole, plance grandi. Cose sopra alle quali, una volta riusciti ad accatastarle in un angolo del tavolo, incombe la minacciosa domanda: ne facciamo un’altra?

Mai nessuno che a Natale rovesci un cesto di riviste, forbici e colla e dica: facciamo dei collage?

Queste due identità del gioco individuano, secondo me, proprio tipologie di persone diverse. Perché sono due direzioni diverse della mente. Una è una freccia verso fuori e l’altra è una freccia verso dentro. Introversione ed estroversione. Di recente mi è capitato di fare una gaffe su questo, dicendo, in presenza di un giocatore di ruolo, che i giocatori di ruolo mi sono sempre sembrati avere relazioni un po’difficili e legnose con i non giocatori. Al di là della mia impertinenza, o semplicemente dell’aver dimenticato che non tutto ciò che si pensa vada detto, rimango abbastanza centrato su quell’idea, che non va intesa come un giudizio ma come una constatazione. Chiuso, aperto. Non c’è un meglio. Solo, quando chi vive nel chiuso e chi vive nell’aperto si incontrano, ci possono essere delle difficoltà.

Penso la medesima cosa degli scout.

Io, non credo di averlo nascosto, ho quest’indole. Mi piace giocare, ma non sono un giocatore. Più simile a un perdigiorno, un giullare, un ozioso. E dunque vago nel mondo senza una collocazione. Tra consimili ci si riconosce, ci si lega, ci si mette insieme, come una nazione senza patria. I giocatori senza gioco, i non giocatori. Traditi dalle false certezze dell’italica lingua, verrebbe voglia di dare la colpa a Gentile anche di questo. Basterebbe poco, gli inglesi lo hanno capito, maturando un play distinto dal game.

Ma noi rimarremo trepidanti con tutti gli entusiasmi e le delusioni dietro l’angolo ogni volta che ci chiederanno: giochiamo?

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