Sono stato in una classe di una scuola superiore. Una quarta. Un incontro a settimana per un paio di mesi. Un progetto di audiovisivo in ambito sociale. Mentre le primarie e le medie le ho continuate a frequentare anche negli ultimi tempi, in una scuola superiore non entravo da almeno dieci o quindici anni.
«Questi ragazzi hanno bisogno di essere un po’…» ha detto il professore responsabile del progetto, allungando molto la o finale mentre con le mani faceva un gesto che poteva essere interpretato come motivati! o anche come strangolati!
Una volta entrato in classe li guardo in silenzio per un bel pezzo. L’ho sempre fatto, dai marmocchi dell’infanzia ai ricercatori universitari. Li guardo in silenzio finché non arriva un po’di imbarazzo, mentre io cerco di capire chi ho davanti. E questi qui mi sembrano estremamente normali. Un normali del duemilaventitrè, ecco. Una normalità percepita, non una normalità statistica. Una normalità secondo la questura, non secondo gli organizzatori. Una normalità che non bisogna fare assolutamente l’errore di confrontarla con la normalità della mia classe di quarta superiore del 1995.
Unghie
Pressochè tutte le ragazze hanno unghie lunghissime, curatissime, coloratissime. Queste unghie, che scoprirò essere gestibili con una spesa minima di 30 euro bisettimanali, a primo impatto donano sicuramente molta più eleganza di quel relitto che normalmente rimane dopo lo smangiucchiamento adolescenziale. Ma purtroppo tutto questo charme viene vanificato dalle pose goffe e dai movimenti impacciati a cui questo artiglio le costringe. Scrivono sui telefoni utilizzando zone inesplorate dei polpastrelli; sono costrette a contorsioni del polso e dell’avambraccio per maneggiare penne e libri; quando più tardi chiedo a una di loro di pigiare il tasto REC della mia fotocamera rimane incagliata nei cablaggi come un cucciolo di alce con una disfunzione ormonale che gli abbia fatto crescere i palchi a dismisura.
Abbigliamento
Il casual all-time. Un vero inno allo sdoganamento. Nessuna traccia di moda. C’è quella vestita da Sporty Spice, solo un po’ più nuda. Quella hip hop. Quella con il cappottone sformato vintage new wave. Quella grunge con la camiciona a quadri. Quella coi fuseaux stretti stretti, stretti al punto da diventare una lezione di anatomia. Quella elegantina camicia nera e scarpe belle. Quella ‘nu jeans e ‘na maglietta. Quella ‘nu jeans e ‘n reggiseno.
L’unica certezza che attraversa le epoche sono i maschi. Per fortuna, la completa assenza di stile caratterizza ancora il sedicenne. Ma del resto, mentre le ragazze sono fisicamente già donne, i maschi sono ancora quei mostri con colli troppo lunghi, piedi sproporzionati, visi da bambino piantati su corpi enormi.
Trucco
In classe le ragazze si dividono in: no trucco (poche, pochissime), molto trucco (la maggior parte) e Krusty il Clown (due). Va da sé che il contatto con quest’ultima categoria è un’esperienza struggente, al pari di un film di Darren Aronofsky.
In generale, il trucco femminile è una pratica presa molto sul serio. Ci sono proprio sessioni specifiche durante la mattina scolastica dedicate al trucco e al suo mantenimento. Ci sono sessioni singole, dove ogni ragazza tira fuori il suo kit di trucco e inizia a truccarsi da sola con il solo aiuto di uno specchio (di dimensioni variabili tra i 5 e i 25 cm di diametro), ci sono sessioni di coppia, dove una ragazza trucca la sua compagna, e poi ci sono sessioni collettive, dove una ragazza viene truccata da due o più compagne. Quest’ultimo tipo di sessione è quella socialmente più di valore perché ognuna porta un suo contributo in una fusione di metodi e strumenti, dove le conoscenze personali diventano conoscenze collettive.
L’unico problema è che queste sessioni di trucco sono imprevedibili. Possono iniziare in un momento qualsiasi. A me è capitato che nel mezzo di una riflessione sulla differenza tra linguaggio televisivo e linguaggio cinematografico, a sorpresa, cominciasse una sessione di trucco a coppie.
Gli smartphone
Ed eccomi alla questione a me più cara. Nella scuola dove sono stato non vige nessuna regola in merito. Gli studenti possono tenere il telefono più o meno quando e quanto gli pare. Ogni tanto un professore dice: «Ragazzi, mettete via il telefono» ma lo dice a casaccio, senza verificare che i ragazzi abbiano effettivamente il telefono in mano in quel momento. Non ero attentissimo, perché stavo concentrato sull’argomento del progetto che portavo in classe, ma potrebbe anche essere che quello del professore fosse un messaggio pre-registrato e programmato a intervalli regolari. In effetti una volta l’ho sentito anche mentre il prof era uscito un attimo dalla classe.
Ma ciò che più mi ha colpito è che, salvo piccole distrazioni furtive di singoli, momenti veloci in cui un ragazzo tira fuori il cellulare, accarezzandolo lo accende, dà una rapida occhiata allo schermo per poi sentirsi in colpa al primo contatto visivo, cosa che glielo fa spegnere e riporre subito, ecco salvo questi piccoli momenti, ciò che mi ha colpito è la perfetta sincronia del momento del refresh.
Accade così il momento del refresh: in particolari istanti la classe si muove come un singolo organismo. O come una collettività perfettamente sincrona, come gli stormi di uccelli a Roma, per capirsi. Questo capita ad esempio in momenti di interruzione improvvisa, come quando entra una bidella per annunciare qualcosa. Oppure così, come è capitato a me.
Io avevo tre ore consecutive. Al cambio di ora, come accade da sempre, suona la campanella. Bene, io stavo lì a dialogare con loro di etica del videomaker, a discutere se fosse sempre il caso di registrare o se a volte sia più corretto spegnere la videocamera, del fatto che una persona che abbiamo intervistato ha avuto una reazione emotiva molto forte. Erano presi dall’argomento. Non sono bestie, se uno ti si mette a piangere mentre lo stai filmando qualche reazione emotiva te la smuove. Ebbene, nel mezzo di questa discussione suona la campanella. Io so di avere ore consecutive, la campanella neanche quasi la sento. Ma loro, tutti insieme, come in un film di fantascienza, reagiscono al suono della campanella con la compulsione a prendere il telefono, accenderlo e spararsi almeno sessanta secondi fitti di smartphone. Poi, passati i sessanta secondi, lentamente uno ad uno ritornano.
La prima volta ho provato a dire qualcosa ma mi sono accorto subito di essere Ghost.
Le seconda volta, strategia Quantum Leap: ho messo in pausa ciò che stavo dicendo per riprendere, come se niente fosse, sessanta secondi dopo. Un buco nel continuum spazio-temporale.
La terza volta ho gironzolato per i banchi per vedere quali fossero le fruizioni sugli schermi, sperando in qualche sorpresa, chessò uno che si guardava un porno o una webcam di Piazza S.Pietro. Invece no, delusione: Whatsapp, Instagram, Tik Tok e Super Mario. Una si guardava in selfie mode. Si guardava. Guardava sè stessa. Forse per vedere se era effettivamente lì, se esisteva ancora. Questo panico esistenziale moderno l’ha resa la mia preferita.
In quei sessanta secondi, se solo ne fossi stato capace, avrei potuto sollevarmi da terra e fluttuare nell’aria (un sogno che coltivo fin da bambino) e nessuno se ne sarebbe accorto.
Professori
Quei cosi che citano Solenghi-Lopez-Marchesini pensando di fare una cosa un po’ matta, una cosa pop, una cosa più vicina ai ragazzi.
Secondo Wikipedia il Trio si è sciolto nel 1994. Tredici anni prima che questi studenti nascessero.
Infine, un breve Bestiario a tesi
- Quello bravo, ma se faccio vedere che sono bravo non sono più figo
- Quello maledetto
- Quello che è già fascistello
- Il Non-Pervenuto
- Quella intellettuale, ma non-partecipo-a-questa-roba-neanche-se-muoio
- La coppia di innamorati eterni, eterna reincarnazione di Jack e Rose
- Quellə che il prof quando fa l’appello lə chiama Viola ma a te si presenta come Nathan
- Quella che fa ridere
- Quella che fa casino ma poi è l’unica che partecipa
La tesi è che in fondo i tipi umani che popolano la classe sono sempre gli stessi, da sempre e per sempre. Ciò che è diverso, molto diverso, che spesso ci fa sparare giudizi terminali, è come il mondo si impone a loro. Il carico di immondizia che il mondo riversa nelle loro tasche e nelle loro teste. Ma di questo non si può certo accusare i ragazzi.
PS: l’immagine è puramente simbolica. In classe non c’è la lavagna nera. C’è un enorme schermo interattivo touch, sul quale si può disegnare e scrivere e infine salvare i rotoli. Si, i rotoli, come quelli di Qumran.