Leggo, quanto meno nella mia bolla social, un levarsi di scudi contro il recente divieto di introdurre smartphone a scuola. In particolare mi colpisce l’indignazione di molti operatori dell’ambito di comunicazione della scienza e spesso quest’indignazione si traduce in un elogio dello smartphone come utile strumento di indagine scientifica, praticamente un completo laboratorio scientifico sempre tra le mani; seguono recensioni dettagliate di app come Physics Toolbox o Phypbox che permettono di avere misure fisiche di ogni tipo in tempo reale e graficamente chiare ed accattivanti.
E infine, quasi sempre, la chiosa classica: “Non è la tecnologia in sé, ma è l’uso che se ne fa”.
Mi sembra che tutti ormai abbiano accettato questa frasetta da renderla non più criticabile. Mi sembra che la maggioranza, anche tra chi si occupa di didattica e di comunicazione ormai l’abbia interiorizzata, per banalità o pigrizia di riflessione critica. O per opportunismo, politico ad esempio. O per tecno-entusiasmo.
Per quanto lo smartphone ci ponga educativamente di fronte a dilemmi nuovi, la categoria del problema non è nuova per niente.
“È l’uso che noi facciamo delle cose ad essere malvagio non certo le cose in sé” è una affermazione che fa finta di essere profonda è che in realtà è di una superficialità pericolosa. È secondo me la più grande stupidaggine detta con aria di profondità.
Per rimanere nell’ambito del recente divieto, mi viene da pensare che anche una pistola potrebbe essere un interessantissimo strumento per studiare la fisica. Qualche anno fa quei geni di MythBusters fecero un episodio bellissimo su un esperimento con una pistola:
Con un fucile automatico si potrebbero studiare moltissimi altri fenomeni ad alta frequenza. Con dei petardi si potrebbero osservare moltissimi fenomeni che riguardano la conservazione della quantità di moto. Lo so, perché per anni ho fatto questo di mestiere, cercavo di inventare metodi non ortodossi per realizzare attività scientifiche.
Permettere l’uso degli smartphone in classe, giustificandoli con il fatto che in specifiche e circoscritte situazioni possono essere strumenti effettivamente utili significa non avere la minima idea di che cosa uno smartphone sia o fare finta di non vedere e non sapere quale sia il rapporto maledetto che tutti noi con lo smartphone abbiamo. Un misto di paraculismo e cieca fede tecno entusiastica.
Uno smartphone è la possibilità di stare nei social. Uno smartphone è la connessione. Uno smartphone senza connessione non è più uno smartphone. Senza connessione diventa un oggetto morto, senza interesse, noioso; un minicomputer con accelerometro e alcune altre funzionalità.
Ciò di cui questo divieto sta parlando è l’opportunità o meno che ogni ragazzo abbia in tasca la possibilità di essere connesso al mondo e agli altri.
Il fatto poi che questo divieto (divieto farlocco peraltro, perché non introducendo sanzioni, di fatto nulla cambia rispetto alla precedente indicazione) arrivi da un governo di destra e da un’indecente ministro retrogrado, spinge molti, tra le più fini menti progressiste, a sentirsi legittimati – nella difesa dello smartphone in classe – da una battaglia politica. Come fosse un’occasione in più per ostentare il proprio antifascismo.
Nessuna tecnologia è mai neutra.
E se è mai esistita fino a questo momento una tecnologia meno neutra, meno ingenua, meno candida di tutte, beh, quella tecnologia e proprio lo smartphone, croce e delizia dell’epoca che ci troviamo a vivere. Un impeccabile sistema che rende i pro così superiori da renderci insensibili ai tanti contro. Un mix di ingegneria, mercato, sofisticazione, millimetrica manipolazione degli istinti più profondi dell’essere umano accoppiata all’oggettività del vantaggio, della comodità, della rapidità. Una capacità esatta di manovrare le leve del desiderio e della ricompensa e di schiacciare i pedali degli istinti da tribù.
A tutti sarà capitato di osservare un amico o anche uno sconosciuto a un tavolo a un ristorante, mentre è completamente assorbito dal suo smartphone e di percepirlo come uno Smeagol con il suo Anello. Ma dell’Anello siamo tutti succubi e Smeagol siamo noi molto più spesso di quanto vorremmo.
Che, da quella che dovrebbe essere una comunità digitale educante forte, arrivi questa indicazione, che il cellulare in classe si deve tenere perché potrebbe essere utile, è secondo me un abbandono dei ragazzi a loro stessi. Un atto di codardia educativa che si cerca di giustificare senza una riflessione profonda. Nonché ancora un’evidenza del problema con i divieti che gli adulti della nostra società ancora hanno.
Nessuna tecnologia è mai neutra.
Ogni tecnologia è il frutto di scelte, operate da altri, che a volte non siamo neanche in grado di vedere.
Ben cinquantaquattro anni fa, nel 1968, quel grandissimo cattivo maestro di Marcello Cini, purtroppo liquidato da molti come roba da vetero comunisti, anche da molti di coloro che oggi dicono di avere interesse a riflettere su scienza e società, scriveva questo:
«Io sono abbastanza convinto che nei prossimi venti o trenta anni avremo uno sviluppo dell’industria dei calcolatori derivante dall’aumento del consumo privato del calcolatore, esattamente analogo a quello che è stato il consumo privato dell’automobile […]. Questo sviluppo introdurrà forme di selezione ulteriore, di asservimento ulteriore, di competizione ulteriore, di imprigionamento dell’uomo in una logica sempre più inesorabile, dovute soprattutto al consumo privato. È chiaro che questa è un’industria che, se dal punto di vista economico può veramente dare uno sviluppo al sistema del tutto analogo a quello della motorizzazione privata, si presta a dare al singolo un consumo che lo asservisce, lo narcotizza, lo droga»
Verrebbe da dire: ogni riflessione critica sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla profezia.
Ogni oggetto tecnologico porta già in sé tutti i suoi possibili problemi, insieme a tutti i suoi possibili vantaggi. Non è l’uso che noi ne facciamo a determinarli. L’unica scelta che possiamo fare come uomini è quella di diffondere o non diffondere quella tecnologia.
È nostra responsabilità.
E riguardo al nostro rapporto con gli smartphone, credo che nessuno al momento attuale abbia trovato la chiave, la svolta, il modo di impostare un equilibrio. Magari a livello personale ognuno può avere più o meno trovato la propria postura, le proprie regole, la propria felicità. Ma a livello globale, a livello educativo sopratutto, io credo che nessuno oggi possa dire con superiorità “io so come fare a gestirlo, questo coso”. E men che meno: “Io so come i ragazzi dovrebbero gestirlo”.
Io personalmente penso che il divieto sia una strada legittima. È proprio uno di quei divieti che servono a creare altri spazi, fisici e mentali. Un divieto circoscritto a determinati ambiti, non un divieto totalitario, non un tabù insomma. Semplicemente, “Qui, no”.
Come a teatro del resto.
A nessuno verrebbe in mente di legittimare l’uso di pistole, fucili e petardi in classe con l’idea che ci si potrebbero fare dei laboratori di fisica molto educativi. Ma solo perché le ferite cognitive, educative e relazionali non sono di colore rosso come il sangue.
PS: dalla ricerca dell’immagine di copertina ho scoperto che esistono sia cover porta smartphone a forma di pistola (come quella della copertina appunto), sia vere e proprie pistole, calibro 0.38, a forma di smartphone. La realtà, come sempre, supera sconfortantemente l’immaginazione.