Autunno. Tempo di verticali.

Leggo, a quarantatre anni, in modo diverso da quando ne avevo ventitre. O sedici. Leggo, si può dire, con un’attenzione, un interesse, una sensibilità diversi. Leggo, e le cose che leggo risuonano in me molto di più. Leggo e mi sembra che leggere abbia, per me, un senso maggiore ora che non vent’anni fa. Probabilmente dietro a questa banalità c’è il fatto che ora, rispetto a venti/trenta anni fa ho vissuto più situazioni, ho conosciuto più persone, insomma la mia tavolozza di colori per interpretare il mondo è molto più variopinta e questo mi permette di mettere a fuoco meglio le letture. A quindici, ma anche a venti anni, spesso leggere era come guardare un vecchio film, in una vecchia televisione dalla ricezione scarsa; coglievi la storia, afferravi i personaggi, ma il dettaglio fine, il “senso”, il “bello”, spesso sfuggiva.

Mi domando allora che senso abbiano certe letture fatte da ragazzi.

A mia sorella al primo anno delle superiori fecero leggere La Monaca di Diderot. Vabbè, si può dire, un eccesso, un estremo. Si, certo, un estremo, ma le letture sbagliate in momenti sbagliati della vita hanno, secondo me, un problema che diventa malattia cronica. Il problema dello spoiler. Il problema del bruciare la lettura.

L’esempio più universalmente vasto, più eclatante, più diffuso è quello di Pinocchio. Tutti conoscono la storia di Pinocchio. Perché prima ci sono i librottini da prima infanzia, poi le riduzioni da prime letture, poi il film Disney, chi è stato fortunato mette in cassa i Raccontastorie con lo splendido Paolo Poli, poi lo sceneggiato di Comencini, poi il film (pessimo) di Benigni e ora, dato che non vogliamo sottrarci a bruciare anche le prossime due generazioni, con ben due film usciti nel 2022, quello di Zemeckis e quello di Guillermo del Toro. Tutti conoscono Pinocchio. Ma chi l’ha letto? Chi ha voglia dopo tutto ciò di leggere il Pinocchio originale di Collodi? Non molti, temo.

Ecco, allo stesso modo, letture fatte nel momento sbagliato bruciano la voglia di leggere quel libro quando sarebbe il momento più opportuno. E, inciso di chiarimento, il momento più opportuno non è una indicazione anagrafica; è qualcosa di estremamente soggettivo, ognuno sente quando è il momento. La cosa più bella sarebbe avere qualcuno vicino che davvero sa dirti quando è il tuo momento per leggere un certo libro, perché ti conosce, perché ti osserva. Che bello sarebbe avere (avuto) una figura così accanto. Ci possono essere ragazzi che a tredici anni sono pronti per leggere davvero Dostoievski. Io no, ho dovuto aspettare i trenta.

O Beppe Fenoglio a quindici. Perle ai porci, si direbbe.

“Ma come, non hai mai letto Fenoglio?”

“Ma si, figurati, certo che ho letto qualcosa!”

Questo dialogo è avvenuto nella mia testa alla fine della scorsa estate. L’occasione è stata quella di scoprire per radio che cadeva il centenario della nascita di Fenoglio.

Ma quella domanda, per qualche corto circuito della mia mente, è subito risuonata in quest’altro modo:

“Ma non hai mai bevuto un Nebbiolo?”

“Ma si, figurati, ma certo che ne ho bevuti! Nebbioli ne ho bevuti tanti! E qualcosa di Fenoglio l’avrò letto. Fenoglio… certo. Le Langhe. I partigiani. Fenoglio quello muscolare, Pavese quello fragile…”

“Al liceo un Fenoglio l’avrò letto”. Mi sforzo di ricordare cosa. “Forse Il Partigiano Johnny? No, a casa non c’è. Forse ho presente il film. O il pezzo degli Africa Unite. Una Questione Privata? Forse…”

Mi sforzo, ma qualcosa mi manca; provo capire cosa: il senso complessivo, le sfumature di grana fine, la visione d’insieme, i dettagli ricorrenti, i profumi tipici potremmo dire. Il territorio. Anzi quel misto di territorio, azione umana eh…ma questo si chiama terroir!

Ed ecco che nasce l’idea, il parallelismo…del resto, Langhe per Langhe…

…il bisogno che sento è… il bisogno di una …verticale!

Una verticale di lettura. Beppe Fenoglio in verticale. Da piedi a capo.

Non è Proust con le sue tremila pagine e non è Stephen King con i suoi sessanta titoli. Si può fare in tempi ragionevoli.

Decido di prendermi una stagione, la più bella, questa. L’autunno. Mi concedo questa stagione per prendere in prestito dal mondo del vino il concetto di verticale, di approfondimento di cantina eseguito in tempi compatti. Una verticale di lettura, esattamente come una di cantina permette di sentire, di vedere e di gustare l’opera nel suo insieme. Cogliere i collegamenti, riconoscere i profumi e i luoghi. Osservare quali bottiglie o pagine esprimono una maggiore maturità, quali una giovanile freschezza. Quali sono destinate ad invecchiare a lungo e quali invece erano di pronta beva.

Al via allora questa verticale, anzi, una doppia verticale, visto che Beppe Fenoglio ha lavorato come procuratore in una Azienda Vinicola ad Alba.

Stappiamo.

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I ventitre giorni della città di Alba è un bianco fermo, bello acido. Decisamente Arneis. Sottile, con quell’entusiasmo della conquista della città di Alba. Verticale, va subito in testa. Ai primi sorsi sembra beverino e leggero, clima di festa; i partigiani che dopo mesi sulle colline riempiono le strade delle città, ballano, vanno dal barbiere, vanno a fare l’amore nei bordelli. Ma già al secondo bicchiere l’alcol ti lascia tramortito. Pericoloso, in fondo lo sai dal primo sorso: “Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre”. Scrittura precisa ma chiusura di bocca imprecisa, lascia un gran fondo amaro. La sua dimensione è quella del racconto. Una pagina in più e diventa cattivo. Perché incattivisce.

 Gli altri racconti dell’edizione sono tutti Grignolini. Giovani, bella freschezza, ma quel tannino, fatto di rastrellamenti, esecuzioni, compagni partigiani che si accasciano, è sempre lì a irruvidirla quella giovinezza. Un racconto, quello con il partigiano vecchio che sciacalla nelle case è una Bonarda bevuta fuori tempo, la tristezza delle bollicine su un vino rosso che ha perso tutto il resto.

La malora è una Barbera, quella del contadino. Ruvida fin dal primo sorso: “Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra”. Ma onesta. Vinoso, compatto, senza grandi speranze di invecchiamento. Povertà, tavoli di legno grezzo; la vita di Langa è questo. Un vino che in una enoteca di oggi non entrerebbe mai, fatto di piemontesismi, che se non hai mai sentito parlare qualcuno in quel modo, non lo puoi capire. Il freddo, la pioggia. I sorsi, come i dialoghi, sono quasi bocconi, ti ristorano perché ti sfami anche. Più che una bevanda, un alimento.

La paga del sabato è Nebbiolo, uva di altissimo valore e grande potenziale. Si percepisce la qualità potenziale, la strada che porta al Re delle Langhe Sua Maestà il Barolo, che viene appunto dalle stesse uve Nebbiolo. Ma è ancora giovane, nel bene e nel male. Le scene di sesso, di desiderio che però è anche amore, non sono eleganti ma sono sincere. Più sincere di vini importanti ai quali si può però imputare correttamente di essere artefatte. Quando la giovinezza è già così strutturata si perdona tutto, anche certe posture cartonate da stereotipo di film americano.

Il partigiano Johnny è epico. Un’epica tutta maschile. Un Barolo appunto. Profondo, strutturato, maturo. Più che complesso. Di bosco non ci sono solo più i sentori ma è una dorsale piena, come le fughe continue attraverso le foreste bagnate. C’è la paglia, unica coperta nel sonno dentro alle stalle.  Minerale, di fango e argilla che appesantisce il passo e gli scarponi. Speziato, come certi pasti insperati nelle case dei contadini che aprono le porte ai partigiani. Caldo, come il fuoco di legna e polvere da sparo, tanta. E poi, la più dolorosa tra le essenze, l’ematico, del sangue versato, a fiotti, sulle strade, sulle uniformi, nei fiumi. Un vino che esige un pasto impegnativo, che richiede di sedersi e condividere il suo tempo. Certamente non un vino da aperitivo. A tratti, se portato a temperature un pelo più alte, un vino da meditazione esistenziale.

Una questione privata ha la stessa origine, l’uva nebbiolo, che però prende una via più sensuale, femminile. Un Barbaresco. Più contemporanea, forse.

Un esempio di verticalità. Nel capitolo VII di “Una questione privata” Milton, partigiano badogliano, arriva ad un presidio di partigiani garibaldini. Una sentinella lo ferma e lui gli offre senza resistenza due sigarette inglesi, merce ormai rara. Senza una lettura verticale si legge tranquilamente un modo per ingraziare la sentinella, per farsi accogliere e portare al comando. Ma solo sapendo quanto il tema del fumo e delle sigarette sia una spina dorsale importante per tutti i protagonisti di Fenoglio – Johnny, Ettore, tutti sono accaniti fumatori, plasmati a ricalco completo su sè stesso, Beppe Fenoglio che con la sigaretta in bocca muore giovane di cancro ai polmoni – si fa un salto sulla pagina e si intuisce quanto sia disposto a fare Milton per recuperare Giorgio. Sono i sentori tipici di una cantina, quelli che permangono da una bottiglia all’altra, da una annata all’altra.

Ci sono ambiti, come quello della degustazione del vino che hanno sviluppato un lessico specifico. Ma se è tecnicismo non mi interessa. Se invece è specchio di una sensibilità, allora si può portare ovunque.

In fondo a quindici anni neanche il vino mi piaceva.

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