Romano Levi

Aprendo vecchie buste di fotografie, stampe di rullini scattate con la Minolta di mio padre, ho trovato una decina di foto che aveva scattato durante le riprese di un documentario del quale curavo la presa diretta. Un documentario su Romano Levi. E di colpo sono balzato nuovamente lì, immerso nell’odore di distillato di vinacce di nebbiolo, mescolate alle ceneri della fornace, il fresco ottobrino delle mattine delle Langhe.

Romano Levi è una figura leggendaria. Venuto a mancare qualche anno fa, era titolare della omonima distilleria situata a Neive. Produceva una grappa sublime, in modo assolutamente rustico, disegnando a mano le etichette e incollandole spennellando il retro con la coccoina, bottiglia per bottiglia. Ognuna era dunque un pezzo unico, che veniva consegnato al cliente avvolto nella carta aranciata del Sole24Ore. Ricchi e famosi da tutto il mondo si sono sempre accalcati nell’aia della cascina-distilleria per avere le sue pregiate bottiglie ma si narrava che Romano si riservava di vendere solo a chi volesse lui, basandosi su criteri assolutamente privati e interiori. Leggenda vuole che abbia rifiutato diverse volte di vendere bottiglie addirittura a Sua Maestà L’Avvocato Gianni Agnelli.

Ci avvicinavamo allora, noi sbarbatelli poco più che ventenni, con un po’ di soggezione, temendo di essere rimbalzati come tutti quegli altri opportunisti. Ma le cose andarono diversamente, per merito del lavoro fatto in precedenza dall’autore-regista e grazie alla estrema delicatezza e gentilezza di squadra che portavamo con noi insieme a telecamera e microfoni.

Romano Levi, settantaseienne, con noi si aprì in modo inaspettato, piemontesisticamente esagerato.

La distilleria era un rustico di mattoni rossi, consumati. Alle pareti esterne, quadri, fotografie, ritagli di giornale. Un luogo d’altri tempi. A terra, sopra la gettata di cemento, vinacce, mucchi e mucchi di vinacce. Vinacce vergini, blocchi di vinacce torchiate, cumuli di cenere di vinacce tirate via dalla fornace e pronte a tornare nei campi.

Attorno a Romano solo due o tre uomini silenziosi. Gente di Langa, che non avrebbe sfigurato in un film francese degli anni ’60. Sigala an buca, rughe, sguardo lontano. Ramazza. Bicchiere dal mattino.

Le stampe ritrovate mi hanno permesso di ricordare i dettagli che mi avevano colpito: le texture dei portoni, delle vinacce, dei muri irregolari. E quelle ragnatele enormi, spesse come le coperte di lana che trovi negli alberghi. Ogni angolo di ogni stanza era adornato da quegli arazzi che intere stirpi di ragni avevano tessuto in chissà quante decadi. Romano era così, non si sarebbe mai permesso di toglierne una. Un animo gentile, un fanciullino nel corpo di un anziano. Il suo stesso modo di parlare, che avevo il privilegio di sentire nel profondo attraverso le mie cuffie, era un incespicare quasi infantile. Tutt’altro rispetto a ciò che mi ero aspettato, sapendo della sua fama di burbero. Disegnava in modo naif cose come Il ventuno piedi o la sua prediletta Donna selvatica, su pezzettini di carta strappata da quaderni a righe. Leggero, etereo, irreale a tratti. La sua grappa era davvero qualcosa di mai assaggiato prima, ma per lui era come se non fosse quella la cosa importante. Nessun orgoglio ostentato, a differenza di quanti – in cantina ad esempio – aspettano la tua reazione di fronte all’assaggio che ti hanno proposto del loro pezzo forte, confidando nelle sperticate lodi e gongolando ai tuoi mugulii. Romano era disinteressato. Non era lì per farsi dire “Che bravo che sei”. Era lì per condividere un approccio al mondo. Per vedere se ci fosse qualcuno che in punta di piedi potesse dire con lui: “Guarda, un lombrico!”

Un essere umano di un’altra pasta.

Un suo racconto, in particolare, ci fece capire il suo mondo intimo – racconto che finì poi anche nel documentario. Una volta andò a Torino e lo portarono al cinema. Uscito dal cinema si accorse che era diventato buio e realizzò che si era perso un tramonto. E questo tramonto perso, a distanza di chissà quanti anni, ancora lo tormentava.

Di Romano Levi hanno parlato e scritto in molti, ma la sensazione con cui partimmo l’ultimo giorno di riprese, tra di noi quattro della troupe, era di essere riusciti a entrare la dove nessuno era mai giunto prima.

Pare che la Distilleria Romano Levi esista ancora e venda online a caro prezzo grappe con il suo brand. Così va il mondo. Se c’è la parola brand, probabilmente dietro non c’è più niente di autentico, tutto è stato spolpato, i vermi hanno fatto il loro dovere sul cadavere.

Sono fortunato, posso dire grazie a quell’esperienza, di averlo conosciuto davvero, di essere entrato in una bolla speciale, una di quelle che seppur rare, ti fanno apprezzare l’essere umano.

“Per me è bella Neive”. Fossimo in grado noi, ora.

Lascia un commento