Omonimo.
Anzi, cognonimo, se solo esistesse la parola.
Il primo ricordo sta nei titoli di coda di un film, visto all’ Aurora di Collegno. Un circolo privato grande quanto una sala cinematografica, anzi un circolo che è una sala cinematografica. Un abbonamento che per quattro spicci ti dava – e spero dia ancora – tutta una stagione di seconde visioni, di film ritirati troppo presto dalle sale, di cinema d’autore, d’essai, tutte quelle cose che non avevi mai visto.
Nei titoli di coda mi colpì proprio la cognonimia. Trevisan. E il nome: Vitaliano. Uguale a quello di un mio caro amico torinese.
Ma mi colpì anche l’ambiguità: attore protagonista e sceneggiatore. Davanti o dietro? Davanti e dietro. Un presagio, forse.
Il film era Primo Amore di Matteo Garrone. 2004. Vitaliano Trevisan, scoprii, non era un attore. Era uno scrittore che si era prestato alla recitazione. Non si trovava granchè in libreria. Esordiente adulto. Nessuna apparizione pubblica. Scomparso dai radar culturali generalisti.
Ma, anche solo per rispetto di cognonimia, mi è sempre rimasto lì, nella lista delle cose da leggere. Ogni tanto sbucava fuori, mi riaccendeva l’interesse. «Eh si dovrei leggerlo». E poi rimaneva lì.
Sbucava, come una volta in radio ospite a Fahreneit, un’intervista imbarazzante (creepy forse sarebbe l’aggettivo contemporaneo più giusto) nella quale, nonostante tutte le delicatezze e le attenzioni ci mettesse la conduttrice Loredana Lipperini, Vitaliano Trevisan ne uscì davvero come un uomo in frantumi. Sospiri. Respiri affannosi. Risata nervosa. A domande articolate lui risponde solo: «Si, è così». Ascoltare quell’intervista è una fatica. Si sente che vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Ma non per spocchia. Per sofferenza. Ad un certo punto lo dice proprio: «A me le interviste mettono molto a disagio».
L’intervista si può ascoltare qui, dal minuto 42:30.
Succede che il 7 gennaio di quest’anno Vitaliano Trevisan decide di morire. Forse era lì che aveva sempre puntato. Forse no, non sempre, forse questi ultimi difficili anni hanno fatto saltare in aria le molte crepe che già c’erano.
Allora mi decido. Vado con la scoperta postuma. Che è come andare a un funerale di uno sconosciuto a farsi raccontare com’era il morto in vita. Mi capita spesso coi libri, coi dischi, coi film. Mi era successo con Daniele Del Giudice e da bambino con i Queen. Sembra brutto, ma in effetti suona come: «Fammi un po’ capire meglio chi è questo che è morto». Ma in questo caso invece erano 18 anni che quel nome stava là, ed è solo per pigrizia che non avevo aperto prima la sua pagina.
Inizio a leggere Works, il suo ultimo libro. Un memoir. 650 pagine insieme a una persona, nel modo più spaventosamente intimo, ma anche asciutto, possibile. Osservazione del mondo, delle dinamiche tra persone, riflessioni, considerazioni generali.
Eh, ma di cosa parla questo libro? Praticamente non parla di niente. Lo scrittore racconta in prima persona una ventina d’anni in cui ha cambiato una miriade di lavori fino a quando è diventato scrittore. Niente trama. La vita. Ma soprattutto una postura, nella vita.
Una scrittura completamente priva di retorica, di espedienti, di tutti quei mezzucci facili che fanno presa sul lettore. Ma proprio per questo una scrittura leggerissima, fatta solo di ritmo e di respiro. Si capisce fin dalle prime pagine che questo è uno che non fa nessuno sconto, neppure a sé stesso. Intransigente. Totale. Io cado in ammirazione per persone così, perché non ne sono capace. Perché dopo un po’ mi viene da ridimensionare tutto, guardare una puntata del Monty Python Flying Circus e dire: «Sai che? Pace». Reset e via da capo.
Quindi uno così, integerrimo, anche se non integralista, non può che destare tutto il mio rispetto.
Operaio, muratore, scaricatore di furgoni, poi geometra, progettista di interni, venditore di cucine, impiegato, capufficio, lattoniere, magazziniere, giardiniere, casalingo, gelataio, portiere di notte. Sono questi i mestieri che mentre lo leggi ti permettono di attraversare paesaggi umani enormi rimanendo fermo in quel paesaggio sempre uguale che è il nord est, vicentino in particolare. Quelle terre dove il lavoro è religione.
In realtà il lavoro è religione ovunque. Nel nord est forse il fatto è solo un po’ più esplicito.
Un libro come Works è come una bestemmia urlata in chiesa durante una messa.
Il lavoro non è sacro. È necessità.
Le sue scelte, di licenziarsi, di buttare via il lavoro fisso, di ritornare a fare un lavoro manuale dopo anni da impiegato vengono percepiti dal mondo come una pericolosa stranezza. Va a fare colloqui da operaio dopo essere stato per anni capoufficio. La gente non lo capisce. Lo guarda con sospetto. È il resoconto di un istinto a non lasciarsi addomesticare mai. Neanche da se stesso.
Una scena bellissima è quella di una grande azienda di arredamento, quella peraltro in cui sembrerebbe aver passato il periodo professionalmente più felice, con soddisfazioni reali. È il giorno della festa aziendale. Vengono premiati i dipendenti anziani. Quegli uomini che con trenta e più anni di fedeltà e sudore hanno letteralmente costruito il successo aziendale, salgono sul palco a ricevere targa e orologio passando davanti e ringraziando uno ad uno tutti i membri della famiglia padronale, compresi rampolli adolescenti e bambini scorrazzanti.
“[…] ho chiaro il ricordo emozionale, quel senso di fastidio, di rigetto all’idea di ritrovarmi un giorno al posto di uno di quei vecchi rimbambiti, così felici di ritirare la loro targa e il loro orologio, dopo una vita di lavoro, dalle braccine dei piccoli padroncini che crescono e così contenti di ricevere dal padrone giovane una stretta di mano e una pacca sulla spalla, che non riuscivano a fare a meno di dimenarsi tutti e davano l’idea di stare quasi per farsela addosso dall’emozione. Ah no! Mi dicevo, Questo proprio non fa per me, che non voglio entrare a fare parte di nessuna cazzo di grande famiglia. Quella che ho mi basta, e non ne sopporterei un’altra. Se sono qui è solo perché devo. Io lavoro e voi mi pagate punto. Dei vostri figli e dei vostri nipoti non me ne fotte un cazzo”
Dignità. Davanti a ogni cosa. Dignità non dipende dal brand, dal prestigio dell’azienda, dal fatturato, dalle collaborazioni famose. La dignità sta nelle persone che la riconoscono. Questa cosa o c’è o non c’è. Trova molta più dignità quando lavora come lattoniere che in tutte le altre esperienze, comprese quelle culturali, come scrittore.
Libero e intransigente. Come a noi mediocri sognatori piacerebbe essere davvero.
Vitaliano Trevisan si getta contro ogni ipocrisia, ma non ideologicamente. Lo fa da lupo solitario, da rain dog, da uomo libero. La sicurezza sul lavoro, le certificazioni di qualità aziendale, i linguaggi aziendalesi, l’inganno del post moderno, il marketing. Martellate, con una mazzetta da cinque chili. E pagina dopo pagina viene giù l’edificio del mito del successo aziendale, dell’uomo che si fa da se, dei soldi. Ma viene giù da dentro. Qui sta la sua forza. Viene giù perchè ti porta di fronte alle situazioni in presa diretta, non con comunicati sindacali. Una martellata qui. Una martellata lì.
Ma pacato. Le frasi scritte sembrano davvero uscire da quel suo modo di parlare, denti chiusi e microscopici movimenti delle labbra. Cadenza veneta. Bestemmia veneta.
Libero di dire schiettamente il suo pensiero anche quando si tratta di toccare mostri sacri. Ah se lo apprezzo per questo.
Sugli attori:
“È risaputo che gli attori, salvo qualche rarissima eccezione, non sanno leggere, cioè non sanno leggere un testo senza fare a meno di interpretarlo non, come sarebbe corretto, nel senso della scrittura, ma in quello del personaggio, mettendo così in secondo piano proprio ciò che da una lettura dovrebbe principalmente emergere. Ebbene, peggio ancora dell’attore legge chi, non essendo tale, vuole leggere da attore”
Su X, famoso regista e ancor più famoso attore, ovvero Toni Servillo. Dodici gustose pagine che non posso riportare qui per intero.
“Gli sono così grato per tutto ciò che ho imparato. Molto su cosa fare. Moltissimo su cosa non fare e non fare mai assolutamente. […] Andare contro il testo, che sia mio o di altri, e soprattutto andarci contro per ragioni che non riguardano né il testo né il teatro in generale, ma solo ed esclusivamente il proprio fottuto ego. E non circondarsi mai di persone adoranti che dicono sempre di si. […] la prima cosa da non fare fuori scena è recitare laddove invece il mio uomo del destino era attore molto più di quanto non fosse sul palco. Se poi, in scena o fuori, si interpreta se stessi, come si dava appunto il caso, ecco un inizio della stessa fine. Sull’argomento potrei e forse dovrei scrivere un libro; non questo”
Sarebbe stato un libro fantastico. Chissà di Sorrentino cosa pensava.
Sull’ambiente di produzione teatrale e cinematografica:
La scena è un colloquio informale in un sushi bar a Roma. Al tavolo, oltre a lui, produttore, regista, scenografo, alcuni con famiglia al seguito. Per la prima parte del pranzo hanno chiacchierato di viaggi, di case, di figli. Poi
“Lentamente, i discorsi si avvicinano all’oggetto, ma prima, come di consueto, essendo la mancanza di fondi il tema culturale dell’anno, l’inesorabile premessa: Non ci sono soldi.
Certo è curioso, e fastidioso, molto fastidioso. Comincio a stancarmi di gente con case a Capalbio, o appartamenti con vista Colosseo affittati, naturalmente in nero, a prezzi esorbitanti, con o senza seguito di costosissimi figli che studiano da registi, o da attori eccetera, che indossano con estrema nonchalance, capi da migliaia di euro, che conducono vite dispendiosissime, e immancabilmente iniziano i loro fumosi discorsi dicendo: Non ci sono soldi. È grottesco. Che lo dicano a me è due volte grottesco.”
Alcune tra le martellate più forti arrivano da un capitolo che è stato aggiunto in coda, nell’ultima ristampa postuma.
Come ad esempio questa sulla comunicazione nel nostro mondo:
“Ne escono giovani mostri addestrati a complicare e manipolare il linguaggio, qualsiasi linguaggio, in modo tale che, allo stato attuale, ogni vera genuina umana conversazione, ovvero una pratica di relazione non contaminata dal germe della comunicazione, che non voglia perciò sempre e necessariamente imporre (vendere) all’altro un oggetto, una verità, una sensazione, un opinione, una visione del mondo eccetera, dove chi parla, o scrive, voglia semplicemente esprimersi, è ormai praticamente impossibile, a partire da quella con se stessi.”
La lettura di Works mi ha accompagnato per due mesi. Poi mi ha lasciato senza voce, senza capacità di articolare un pensiero. Macerie e piccone in mano.
Un’esperienza di verità. Una verità non retorica. Qualcosa di cui avevo bisogno. Sarebbero tanti, in questo momento, gli ambienti che avrebbero bisogno di una revisione di questo tipo, una tempesta contro le retoriche che permeano ormai pressochè qualsiasi habitat umano, professionale o meno, social o meno. Una voce autentica. Non a caso, forse, l’unico ascolto musicale dal quale sono riuscito a farmi accompagnare in questi mesi è stato quello di un altro intransigente, Tom Waits. Che a differenza di Trevisan ha però la fortuna di essere un clown, di non essere così fragile. Uno sberleffo che fa la differenza tra la vita e la morte.
Works inizia così.
“Come tutto ebbe inizio.
A un certo punto non ne potei più”