Esco dal minimarket con l’unico acquisto che ho fatto in mano. È una confezione di detersivo per bagni. È mattina presto, l’orario migliore per entrare e uscire nel minor tempo possibile. Lo hanno sempre saputo gli anziani. Esco e penso una volta non lo avrei mai fatto. È vero, fino a poco tempo fa mi capitava di rado di andare a fare spesa, o anche solo a comprare una cosa, di mattina presto. Ma poi, sempre con il Gel ad Azione Antibatterica stretto in mano, penso che non è quello che intendevo.
Uscire di casa per andare a fare spesa con il carrellino a sacco è una cosa che trovavo ridicola. Ridicola come si trovano ridicole tante cose tra i dieci e i quindici anni. Lo associavo a mia nonna, quella più tradizionalista e conservatrice, perché l’altra è sempre stata più moderna. Era un ridicolo prevalentemente estetico. Ma nascondeva un ridicolo senso di arretratezza. Lo stesso ridicolo del conservare i fogli di carta stagnola usati, ripiegandoli nel cassetto. Potevo accettarlo solo come accetti il fatto che una persona che non può camminare va in sedia a rotella. Necessità.
Quando, ben prima della recente scomparsa degli shopper in plastica per legge, la prima busta della spesa riusabile, in plastica telata resistente, comparve a casa mia, provai istintivamente lo stesso senso di ridicolo.
Andare a fare la spesa portandosi le buste da casa? Ma stiamo scherzando?!
Ridicolo esteticamente. Arretratezza. Razionalmente capivo bene che tutti i sacchetti di plastica non scomparivano nel nulla, ma era dura accettare quel cambio di comportamento. Questa roba non prenderà mai piede dicevo, continuando a pensare che comunque per fare la spesa ci fossero dei crismi: nessuna busta da casa, sacchetti di plastica in cassa. Quello è il modo. Ma razionalmente volevo fare anche io la mia parte da eroe per salvare il pianeta, ad un certo punto mandai giù la cosa. Casualmente ricordo ancora il giorno perché mentre in auto nel parcheggio delle Gru, il centro commerciale di Grugliasco, rimiravo questa busta che la cassiera del Carrefour mi aveva appena venduto, la mia prima, con su stampato un bel prato e un bel cielo azzurro, mentre fuori c’era un nubifragio, mentre mi sentivo ridicolo pensando a tutte le volte che sarei uscito dalla macchina con quella busta in mano, come mia nonna usciva di casa con il carrellino di finto tartan, beh, quel giorno, alla radio, stavano annunciando che era morto il Papa.
Da allora per fortuna l’emergenza “non-è-che-stiamo-producendo-troppa-plastica-inutile?” si è ben radicata ad ogni livello. Ormai sfoggio con orgoglio le mie buste di plastica riutilizzabili e non mi sento più ridicolo. Gli shopper sono diventati di plastica compostabile, e ora fa strano quando per qualche motivo qualcuno in qualche bottega ti rifila un vecchio sacchetto di plastica vera, che sfrigola sotto le mani, che per un istante ti fa indignare. E con orgoglio guardo quella prima busta telata che stranamente continua a resistere da ormai quasi vent’anni.
Guardo il Gel ad Azione Antibatterica. Qualche tempo fa avrei chiesto un sacchettino per portarlo via. La scusa sarebbe stato che è più comodo per trasportarlo. Ma la verità è che la maniglia ergonomica del Gel fa davvero bene il suo lavoro, non c’è bisogno di un sacchettino. Una signora anziana che sta entrando nel minimarket mi guarda, forse infastidita dal vedere uno parecchio più giovane di lei che stamattina ha fatto spesa prima. Poi abbassa lo sguardo e dà un’occhiata al mio acquisto. Lo scruta un po’. Chissà perché poi. Ma capisco che era questo. Era pudore. Tempo fa avrei trovato ridicolo passeggiare per il quartiere con un Gel ad Azione Antibatterica bene in vista. E quando la signora ha scannerizzato con i suoi occhietti laser il mio acquisto, per un attimo avrei voluto averlo insacchettato come avrei fatto tempo fa.
Ora naturalmente la coscienza civile, la consapevolezza dell’insostenibilità di quel mondo, non mi fa avere dubbi su come comportarmi. Ma nel mio intimo so che è non mi viene via gratis. È una vittoria della mia parte razionale, ma che ha dovuto confliggere con altre cose, ben poco razionali, del mio mondo, del mio sistema, quello che ho costruito fin da piccolo. Per me, questi due elementi, il pudore e il ridicolo, erano, e probabilmente in fondo sono ancora, due travi portanti.
Del pudore ho imparato a disfarmene abbastanza presto; anni di fricchettonitudine, capelli improbabili, lavori ancora meno probabili, lo stare sul palco, sono cose che hanno macinato bene. O a fare finta, forse. Ma il risultato è lo stesso: difficilmente oggi mi vergogno di qualcosa.
Ho anche imparato a diffidare del ridicolo, che secondo me quando troviamo qualcosa ridicola, in realtà nascondiamo qualcosa di noi, un blocco, qualcosa che non vogliamo o non sappiamo accettare. Ma qualcosa che potrebbe anche essere profondo e toccarci davvero.
La scelta razionale non è un automatismo. Non siamo Vulcaniani. Le scelte razionali possono avere un costo interiore. A volte è una sciocchezza, tipo andare a spasso per S.Sisto dicendo a tutti che tra poco andrai a pulire un cesso, a volte può essere più caro, tipo mettersi in discussione per ciò che si è sempre stati, fino al punto che qualcuno preferisce non pagare quel prezzo. Io penso sia legittimo.