Mi piace la musica denz. Niente di più lontano dalla verità, avrei detto trent’anni fa.
Ho passato l’adolescenza a odiare la musica dance. E pensare che era proprio il periodo d’oro della musica dance.
A dodici o tredici anni, non cerchi gusti musicali, cerchi un’identità. E io avevo deciso che la mia identità fosse meglio rappresentata da qualcosa che non fosse di massa. Sono sempre stato snob, non ci posso fare niente. Tuttora è un continuo corpo a corpo con me stesso per cercare di mettere a tacere la parte di me ultrasnob.
I miei amici di infanzia cominciavano ad essere meno attratti dal pallone e più dal suono bunz bunz. A me quella musica, che poi era roba commerciale tipo Corona o i Double You, mi ricordavano solo alcune scene spregevoli viste in campeggio l’estate prima, quando, finita la serata di animazione, iniziava la discoteca. Il volume si alzava e il cemento battuto si riempiva di bei maschioni, languidi in modo incomprensibile per me che vivevo ancora in un mondo senza alcol e senza ormoni. Non un bel ricordo.
E dunque i miei amici fraterni, quelli che a dieci anni pensi che ti staranno a fianco tutta la vita, a tredici si stavano allontanando. Sentivano, come insetti notturni, il richiamo irresistibile di tutti quei lampadari che cominciavano ad accendersi in città. Avevano nomi come Naxos o Patio. L’unica differenza con gli insetti notturni era che non erano notturni. La discoteca per i minorenni era solo al sabato pomeriggio.
Io no. Io avevo decretato che quella non era la mia identità. L’unico sabato pomeriggio trascorso al Don Carlos di via Nizza lo ricordo per le analisi antropologiche e le profonde osservazioni, una via di mezzo tra il naturalista in mezzo a popolazioni di animali selvaggi e un Syd Barrett piantato immobile in mezzo alla pista a fissare la gente che balla.

Già tanto che i buttafuori non mi hanno buttato fuori a calci.
Musicalmente in effetti non c’erano tanto i presupposti. Partivo da un punto fermo: i Pink Floyd. Suonavo una chitarra elettrica. A quindici anni ascoltavo musica vecchia di trenta. Psichedelia e rock progressivo. Quindi il sabato pomeriggio lo passavo da Rock&Folk, a spulciare vinili impolverati fino a consumarmi i polpastrelli. Chissà, forse tra quarant’anni quella edizione originale di More mi pagherà un mese di pensione.
La musica dance intanto fioriva. La house gemmava in mille rami e rametti diversi e la progressive si affacciava. Io ovviamente all’epoca ignoravo tutto ciò; l’unica cosa che afferravo, dai racconti a cui forzatamente ero sottoposto per dimostrare comunque amicizia, era che nascevano nuovi esseri mitologici: Le Voyage, Franchino e Gigi Dag. Torino negli anni Novanta sparava pezzi grossi per chiunque.
La musica dance è fatta per far ballare anche i tronchi. Ma non può far ballare i miscredenti. E quella semplicemente non era la mia chiesa.
La mia progressione musicale ovviamente continuava, anche a me il suono degli Emerson Lake & Palmer cominciava a sembrare vecchio. Dalla musica psichedelica vecchia a quella più recente. Cose con i synth, cose più ambient, FSOL, cose più ostiche e poi tanti Ozric Tentacles. Non me ne stavo accorgendo, ma i due mondi sonori si stavano avvicinando. Ma non avrei ancora potuto ammetterlo. Perché non era in ballo il mio gusto, era in ballo la mia identità. La spinta a conservarmi integro. Non mi avrete mai come volete voi. L’ottusa ostinazione della tarda adolescenza.
Ogni metro di resistenza guadagnato costerebbe tre volte di più se costretti a fare marcia indietro. Allora rinforziamo il fronte! Lutoslawski e la classica contemporanea. Chiama le truppe di musica concreta! Penderecki. Lygeti.
Ma un sistema di identità per essere forte, deve essere chiuso. Ermeticamente. E per fortuna chiuso non lo sono mai stato. C’era margine perché si formasse qualche crepa.
Una sera, al Big di Corso Giulio Cesare, un piccolo scossone. Solitamente vivevo le, rare ma presenti, serate in discoteca come un martirio forzato, parte integrante dell’esercizio spirituale del Giovane Resistente al Degrado Musicale. Ma lì, Children, Robert Miles. Alle pareti uno show di proiezioni liquide; erano anni che lo cercavo… nei concerti rock, nei VHS di vecchi concerti di band che non esistevano più…

Non avrei mai creduto di trovarlo lì, a casa del nemico….Vroom, un piccolo scossone. Hey, questa roba suona. Suona dentro. E il pezzo lo conoscevo eh, lo si sentiva di continuo in radio, ma lì, le luci, un’intera discoteca che trattiene il respiro, si ferma per esplodere a ballare tutta insieme nello stesso momento…c’era qualcosa. Poco. Non si abbandona un’identità forte in un attimo. Piccoli momenti, diluiti negli anni. Blue degli Eiffel, ascoltata ben prima che fosse una hit mondiale perché prima di andare in radio passava in alcuni club solo a Torino; l’effetto sulle persone. Soprattutto quello. Era lo stesso che cercavo ai live degli Ozric o nei festival estivi alla Pellerina.
A un live degli Ozric rimasi stupito perché ad aprire il concerto c’era un DJ techno. Ma come? Perchè invitare il nemico? Col senno di poi potevano pure essere gli Eat Static, batterista e tastierista che erano usciti dalla band per formare un duo techno trance. Certo non la roba che passa a radio DJ ecco, non Prezioso o Molella, ma sempre cassa dritta e synth. L’effetto era lo stesso. Lo stesso tipo di esplorazione psichedelica. Era già sempre stato tutto molto vicino, ma io, che avevo bisogno di definirmi più che di divertirmi, non lo avevo mai visto.
Mi ci volle ancora qualche anno per capire che non c’era nessuna identità da difendere, nessun muro. Che c’è spazio per più cose insieme. Che si può studiare al conservatorio e produrre musica trance. Che si può rappare tutto il giorno e ascoltare i Nirvana come faceva in modo incomprensibile mio fratello.
Come ero stato netto e forte ad abbandonare senza esitazione la religione, quella vera, quella della Messa della Domenica, quella della famiglia, non ero riuscito ad esserlo per abbandonare la “mia religione”, la mia impalcatura. C’è voluto più tempo, forse proprio perché era mia.
Più tardi. Ormai sui venti anni, dreadlocks e rasatura platino, ad un rave, fermo in mezzo alla gente che balla. Di nuovo a osservare, come un antropologo in mezzo alla foresta. Ma questa volta non esterno a quel gruppo sociale. Sul palco un DJ teutonico armeggiava tra piatti e synth analogici. Tutti i suoni radunati. Tutti radunati: la ragazza squat, piercing e tatuaggi, lo zarro in camicia fighetta e scarpini. Gli amici rapponi. Nessuno aveva un’identità da difendere. Erano lì solo per apprezzare qualcosa. Senza implicazioni.
Penso a questo percorso senza rammarico. È andata così. Ma un alert ho imparato a impormelo.
Capita spesso di trovarci a difendere legittimamente delle decisioni perché pensiamo che siano conseguenza di gusti, di libera scelta, di pareri personali. Ma secondo me il più delle volte invece sono cose che difendiamo perché fanno parte di qualcosa di più ampio, un sistema, un’identità, una chiesa, un pacchetto completo prendere o lasciare in blocco. Ed è sempre prendere. Perché è molto difficile lasciare. Un conto è dire, a me non piacciono i broccoli perché oggettivamente quando metti i broccoli in bocca di viene da vomitare. Un conto è dire non mi piacciono i broccoli perché io sono quello lì che non mangia le verdure.
Un conto è mentirci. Un conto è credere a quella menzogna.
Se quella cosa ti definisce, nel momento in cui l’abbandoni, non sai più chi sei. La condizione tipica dell’adolescente. Ma è difficile smettere di essere adolescente.
Io non guardo Sanremo. A me non piace sciare. Io non guardo gli sceneggiati. Io non leggo Fabio Volo. Io non leggo i classici russi. Io non mangio questo e quest’altro. Io non ascolto la musica italiana. Io non mi vaccino. Io non vado al karaoke. Io non vado alle manifestazioni. Io non ascolto l’opera. Io non vado al McDonald’s. Io non vado alle conferenze. Io non bevo alcol.
Io no.
Mi piace la musica dance?
Si, dai. Mi piace la musica dance.