Stallo alla messicana

Angelo fa il parrucchiere. Ha un negozio ben avviato, clientela regolare ormai da anni, due dipendenti, un buon professionista.

Cinzia lavora in teatro. Negli alti e bassi del vivere di un mestiere creativo è sempre riuscita a portare avanti la sua ricerca artistica.

Angelo ha subìto non pochi contraccolpi della chiusura della sua attività nel lockdown e nella seconda ondata: ha perso alcuni clienti storici, ha dovuto riorganizzare tutto il lavoro in base alle nuove norme sanitarie e ancora oggi fatica a lavorare con mascherina, visiera e guanti con i quali sa di non riuscire a lavorare al massimo delle sue possibilità.  Ma il negozio per fortuna in questa quarta ondata rimane aperto.

Anche Cinzia ha subìto in modo molto pesante lo stop del lockdown e delle chiusure dei teatri successive. Spettacoli annullati, tournèe rinviate a data da destinarsi, progetti che stavano per partire e che probabilmente si sono fermati per sempre. Ma, anche in questa quarta ondata Cinzia non sta lavorando. Infatti non ha alcuna intenzione di vaccinarsi. Niente vaccino, niente green pass. Impossibile per lei fare prove e salire su un palco. Anzi, in seguito alle ultime restrizioni Cinzia non può neanche entrare in tabaccheria a comprarsi le sigarette.

Cinzia e Angelo si conoscono dai tempi del liceo. Ormai non si vedono più di frequente ma, come tutti, sanno un po’ come va la vita dell’altro.

Ieri, in occasione del Giorno della Memoria Angelo pubblica sulla propria bacheca Facebook una foto con una scritta commemorativa dell’Olocausto. Cinzia, che normalmente non scrive mai commenti sulle bacheche degli altri, decide invece questa volta di commentare. Come è possibile Angelo, dice in sostanza Cinzia, che tu applichi al tuo negozio le regole di una discriminazione, quella nei confronti di chi non ha il green pass e oggi pubblichi questa foto? Come è possibile che tu non ti renda conto che questa situazione che stiamo vivendo è analoga a quella del passato? Angelo contro risponde subito. Come è possibile che tu non ti renda conto di quanto irrispettoso è questo paragone nei confronti di coloro che nel lager ci sono sati per davvero? Una campagna di vaccinazione non è una deportazione di massa. Seguono brevi commenti a chiudere la partita con due arrocchi.

E qui parte lo stallo alla messicana della comunicazione.

Probabilmente non si scriveranno mai più nulla su Facebook. Probabilmente quando tra qualche anno si incontreranno si saluteranno in modo freddo tagliando corto. Forse cercheranno proprio di non incrociarsi. Difficilmente ne parleranno.

Il mondo di valori, credenze, modo di guardare ai fatti di Angelo è molto diverso da quello di Cinzia. E viceversa.

Per ciascuno è impossibile comprendere frasi, motivazioni e comportamento dell’altro, perché ciascuno vive dentro a un proprio paradigma e i fatti possono essere interpretati solo dentro a quel paradigma.

Cinzia sa perfettamente che in questo momento non c’è nessun carro bestiame in partenza dalla stazione pieno di uomini e donne non vaccinate e sente insultata la sua intelligenza quando le fanno notare che la situazione attuale non può essere paragonata con l’Olocausto. Solo, dice, non si è arrivati all’Olocausto da un giorno all’altro. Ci sono stati lunghi anni in cui la percezione delle persone comuni è stata spostata in una direzione, fino al punto in cui, molti anni dopo, è stato possibile avere dei campi di concentramento senza che nessun uomo comune si scandalizzasse. Il suo campanello d’allarme le fa solo notare questo, che potremmo essere all’inizio di un percorso con potenziale esito devastante. Del resto, se insieme al regolamento che impediva a chi portasse la Stella di Davide di entrare in un negozio ci fosse stato un contratto che indicava l’impegno a condurre ogni ebreo che chiedeva di entrare in negozio direttamente ai forni crematori, non sarebbe stato più facile per molti opporsi subito? Le cose accadono lentamente e mentre accadono non siamo sempre in grado di rendercene conto. Quello che sconvolge Cinzia è proprio l’incapacità di Angelo di ammettere questa possibilità. Da dentro il suo paradigma questa sconvolgente rivelazione sul comportamento delle persone accanto a lei non può che confermare il suo allarme.

Dentro al paradigma di Angelo, indubbiamente meno vocato alla speculazione filosofica ma più incline al pragmatismo, tutte le restrizioni, lo stato di emergenza, green pass, zone colorate, sono strumenti temporanei che permettono di far funzionare le cose anche se negli ospedali continuano ad arrivare malati di Covid. Con trecento morti al giorno due anni fa avremmo chiuso tutto chissà per quanto. Forse avrei dovuto licenziare i miei assistenti e poi avrei ricominciato da solo come venti anni fa. Il solo modo per uscirne è cercare di fare tutti uno sforzo per la collettività. Il green pass è una scocciatura enorme, lo Stato mi chiede di fare lo sbirro del mio negozio, le norme di restrizione mi possono anche far perdere clienti, ma da questa situazione non se ne esce se non facciamo tutti uno sforzo. E io di sforzi ne sto facendo parecchi da un anno e mezzo. Nel paradigma di Angelo è incredibile come di fatto tutti accettiamo regole arbitrarie del vivere in collettività senza battere ciglio e poi sulla vaccinazione la società si spacca. Si ricorda che un giorno nel suo negozio un signore disturbato mentalmente, nel momento di pagare si tirò giù i pantaloni mostrando il pisello dicendo “Avrei voluto che mi tagliassi anche questi peli” e lui lo ha sbattuto fuori subito. La gente col pisello di fuori non può entrare nei negozi e questa, che non è nemmeno una legge, non è discriminazione, è solo il senso del vivere in collettività che ce lo può dire. Pensa se domani nascesse un gruppo di persone che rivendicano il diritto di entrare nei negozi con il pisello di fuori. E pensa poi a tutte le cose che si possono e non si possono fare nella società, e le cose che lo Stato ti obbliga a fare nel vivere in società. Angelo è uno degli ultimi che ha fatto la naja, prima della sua abrogazione. Se lo Stato volesse, lo Stato potrebbe mandarmi in guerra e io non potrei oppormi. Vivere nella società significa ammettere che non possiamo infantilmente fare tutto ciò che vogliamo.

Dentro al paradigma di Angelo le posizioni di Cinzia assomigliano a dei capricci.

Dentro al paradigma di Cinzia le posizioni di Angelo sono pericolose insensibilità.

Con il loro scambio di commenti a bruciapelo su FB i due paradigmi si sono ancora più allontanati. Ognuno ha fatto crescere il suo consenso interno al paradigma, che peraltro è proprio un consenso interiore, quasi privato.

Rimarranno lì a fronteggiarsi con entrambe le pistole cariche per sempre.

Ora.

Quello che mi preme di capire è: come scaricare le pistole? Come uscire dallo stallo?

La soluzione dei neopositivisti della comunicazione è: Angelo spara e Cinzia muore.

La soluzione del variegato mondo complottista/negazionista è: Cinzia spara e Angelo muore.

Entrambe queste soluzioni per me non sono accettabili. Non lo sono perché comunque vada, sono convinto che ci sarà un poi. E se arriveremo, sul piano collettivo, a quel momento logorati, carichi di odio reciproco, con malumore profondo verso un gruppo di persone, non sarà una bella società. Quelle tensioni si riverseranno su altri fattori sociali e che diventeranno fattori politici. E c’è sempre stato chi davvero sa cogliere queste tensioni e farne un proprio strumento politico.

E anche sul piano personale potrebbe essere dura. Pensiamo a quando questa spaccatura si crea dentro alle famiglie. Basterà l’amor di famiglia a colmare questi lunghi periodi di sospetto, malumore, incomprensione reciproca o ormai diremo “Ma a Natale c’è anche tuo zio no-vax?”

Da dentro il proprio paradigma è impossibile avere altro che conferme di ciò che già sappiamo. Ma uscire dal proprio paradigma è la cosa più difficile di tutte. È necessario un lavoro su sé stessi enorme. Un lavoro che sembra minare le propria fondamenta, ciò su cui ci reggiamo e che ci pare che abbiamo costruito a lungo. Un lavoro che sembrerebbe comprometterci, che ci farebbe sentire dei rinnegati, dei traditori di tutto quello che abbiamo pensato e di tutti quelli che la pensano come noi. Un lavoro mentale difficilissimo, quasi impossibile. Ma io penso che questa sia l’unica strada. E, per essere esplicito, da una parte e dall’altra.

 Questa non è una posizione di relativismo culturale estremo. Io non credo che i due paradigmi siano equivalenti. Sono un convinto sostenitore della campagna vaccinale e del green pass, quanto meno della prima versione, come strumento di persuasione nella società vista l’impossibilità fattuale di mettere un obbligo vaccinale. Ma credo che se non iniziamo a farci carico gli uni degli altri, mettendo temporaneamente da parte la nostra voglia di supremazia, sempre espressione poi di un ego, lasciando anche spazio al dubbio personale, lasciando un’area della nostra mente al “e se io mi stessi sbagliando?”, potremmo davvero costruire le basi di una società incivile. Non significa abbandonare da un momento all’altro le proprie convinzioni; significa essere meno sbruffoni e più umili. E più attenti. Provare a dare rassicurazioni all’altro, non vederlo come nemico da abbattere. Che poi significa lavorare sulla fiducia.

Se io abbasso la pistola mi fido del fatto che voi farete lo stesso. Io, te e lo Stato.

L’emergenza coronavirus se ne andrà, l’odio sociale resta. Anche qui dobbiamo fare ognuno la propria parte.

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