A proposito di tempi della scienza e tempi della società, ho trovato interessante questa riflessione di Richard Shryock nel suo “Storia della medicina” (cap.14, p.191):
“Chi potrebbe dire se, tra il 1800 e il 1850, i medici non abbiano nuociuto alla salute dei loro malati più di quanto non li abbiano soccorsi o se, in termini più generali, essi abbiano avuto in questo periodo un qualsiasi influsso sulla salute dell’umanità? Invece non sussiste più nessun dubbio su questo punto per gli anni che vanno dal 1850 al 1930. A partire da quest’epoca gli effetti della medicina sulla società sono certi.”
E in effetti nello stesso libro si accenna alla diversa percezione che si ha avuto, nella società, della scienza e della medicina. La sfiducia nella scienza medica da parte della società nell’Ottocento e poi la grandissima fiducia sorta nel Novecento.
Scienza e società sono sfasate, in questo caso di almeno 50 anni. La società non riesce a giudicare la scienza in prospettiva futura perché la società è fatta di istanze, necessità e bisogni immediati: se mio figlio muore oggi, la mia aspettativa è delusa oggi. Invece gli scienziati sono abituati a valutarsi in prospettiva, a proiettare il giudizio nel tempo futuro: se questo topino non muore oggi, tra un po’ di anni potrebbero non morire i figli.
Questo sfasamento, naturale di per sé, diventa critico nel momento in cui le due percezioni, le due sensibilità, le due proiezioni, vengono in contatto e ciò avviene nel momento in cui scienza e società, scienziati e cittadini comunicano. Ma data la asimmetria di conoscenze, secondo me, lo sforzo comunicativo di tener presente questo divario di percezione, questi diversi punti d’osservazione dovrebbe stare tutto nelle mani degli scienziati o di chi li assiste nella comunicazione.
Pensiamo a come invece si comportano ad esempio i media, che dovrebbero essere quelli in grado di stendere passerelle e costruire ponti per collegare questo divario: il giorno dopo l’annuncio di una data scoperta a livello molecolare, genetico o biochimico, creano titoloni del tipo “Scoperta la cura contro…” creando aspettativa immediata, dando l’illusione di una falsa certezza, alimentando in sostanza la percezione della sicurezza.
La lotta contro il cancro mostra una medicina ancora all’inseguimento. Benchè ormai siano più di cinquant’anni che si cerca una cura contro questo male del secolo, e benchè siano stati fatti oggettivamente dei passi in avanti enormi (l’aspettativa di vita di un malato di cancro è cresciuta enormemente in questi cinquant’anni), il problema del cancro non è stato risolto. Non nel senso di come ad esempio fu risolto il problema della difterite con il Salvarsan di Ehrlich. Non disponiamo ancora di un “magic bullet” contro il cancro. La percezione di chi sta fuori dalla ricerca, è che ci siano un insieme di possibili pratiche che possono migliorare molto la situazione del malato, ma che in sostanza si stia ancora annaspando. Nelle famiglie si continuano ad avere morti di cancro così come si avevano i morti di tubercolosi in tempi passati. Forse allora, la percezione oggi è molto simile a quella che si poteva avere a metà Ottocento, in cui si sapeva che scienziati e medici erano indaffarati con esperimenti, nei laboratori e nelle cliniche, ma poi le persone morivano come sempre. Cioè siamo in un momento in cui, non vedendo grandi e definitivi successi contro il cancro, la percezione pubblica della scienza e della medicina rischia di essere disallineata verso il basso con i reali progressi. Vengono caricate grandi aspettative mediatiche, disattese poi dalla mancanza della “grande svolta”.
Ripeto, penso sia un problema di sfasamento della percezione che si manifesta nella comunicazione. Nel quale incappano però anche i professionisti della comunicazione. Se una persona comune dovesse farsi un’idea leggendo i titoli di importanti riviste o programmi scientifici, TG Leonardo, le rubriche scientifiche dei quotidiani, con tutte le volte che si è scritto di importanti svolte nella ricerca contro…, di terapie trovate, di “individuato il gene responsabile di…”, non capirebbe perché quella malattia ci sia ancora. Uno storico del 3000 che invece ritrovasse quelle fonti non esiterebbe invece a metterle in relazione alla debellazione (speriamo!) che magari sarà avvenuta tra cinquanta o cento anni.
La strada della cura contro il cancro potrebbe incrociare quella del vaccino per il Covid-19; la tecnologia dell’RNA messaggero potrebbe fare la differenza. Se abbiamo potuto avere un vaccino nuovo in tempi così rapidi è stato certamente grazie ai vent’anni passati a sviluppare questo tipo di tecnologia genetica, con l’obbiettivo principale di trovare una cura per i tumori. Ma certi titoli sui quotidiani sembrano suggerire piuttosto il contrario, e cioè che grazie allo sviluppo dei vaccini contro il Covid verranno creati vaccini contro il cancro. Da una parte l’intento può essere di aumentare nella percezione pubblica il valore dei vaccini che stiamo facendo. Dall’altra però si induce anche la sensazione che stiamo tutti collaborando a una grande sperimentazione, che siamo un po’ tutti cavie. E se non siamo cavie siamo comunque finanziatori di quelle poche aziende private, Moderna, Biontech, che potranno essere in grado di creare quel proiettile magico contro il cancro. Non senza possibili derive complottistiche.
Come sempre allora mi domando: ma chi si mette oggi nei panni del pubblico? Chi lo aiuta davvero a capire?
Insomma, mi sembra che stiamo tutti in una piazza in cui ci sono scienziati e ricercatori che vivono seguendo una loro clessidra, noi che misuriamo tempo e aspettative con un orologio, i media che, pur di pubblicare, non considerano il tempo. E se devo rispettare la fotografia che ho scelto per questo pensiero metto dentro anche i medici di base, che potrebbero essere un tramite autorevole di informazione scientifica (come lo sono stati in passato), e che invece si trovano spesso senza autorità, senza reale capacità di incidere nelle scelte dei cittadini; sotto il costante rischio di essere eliminati da una mela (la mela del fai-da-te) al giorno.