Il Natale non è solo dei cristiani.
Si arrabbiano molto, certi cattolici soprattutto, quando lo si dice. E in quel momento mi sembrano come certi italiani, i napoletani soprattutto, che si infervorano quando si parla di caffè. Queste persone hanno l’idea, molto privata ma anche molto ingenua, che il caffè sia sostanzialmente un fatto italiano. E più precisamente napoletano. Se si parla con loro di procedure di preparazione del caffè, sostanzialmente si viene sempre colti in fallo su qualche passaggio tecnico: la moka era bagnata quando l’hai messa sul fuoco, l’hai lavata con il sapone, ma sei matto?!, l’hai girato troppo presto e così via. Per queste persone, qualsiasi altra forma assuma il caffè, caffè americano, caffè filtrato, caffè infuso, sono tutte barbarie proposte da persone che per ignoranza, incuria, inconsapevolezza non hanno mai ricevuto la verità sul caffè. Questa concezione è così profondamente radicata che qualsiasi parola si cerchi di dire per avvicinarli a un punto di vista più ampio, diciamo più internazionale, sul caffè, fa scattare in loro una pacata reazione paternalistica. Pensano di noi: “Ho capito. Allora anche tu non hai ricevuto ancora la verità sul caffè. Pensavo che, essendo italiano, l’avevi ricevuta, ma invece l’ho capito da come parli che vivi ancora nella barbarie pagana”.
Ecco, il punto è che il caffè non è italiano. Non lo è botanicamente, non lo è storicamente, e benchè ci sia una grande cultura del caffè in Italia, non lo è neanche gastronomicamente. Un caffè a filtro, bello beverino da tazza alta o da bicchierone, non è un caffè annacquato. È un caffè. È quella cosa che senza problemi di legittimità uno svedese o un canadese chiamano caffè.
Ecco, mi sembra che il Natale sia la stessa cosa.
Il primo pensiero su cosa sia il Natale è un pensiero semplice, che equivale al gesto quotidiano di stringere e mettere sul fuoco la macchinetta: il Natale è la celebrazione della nascita di Nostro Signore Gesù Cristo. Ed è così, in effetti. Ma non è tutto lì.
Il Natale è una stratificazione di moltissime cose.
Intanto è la nascita di Gesù Bambino. Sfumatura lievemente diversa rispetto al Nostro Signore Gesù Cristo, ma che dà conto di un senso di tenerezza enorme, sia internamente al cristianesimo sia verso fuori. Il legame speciale dei bambini con il Natale. Il legame speciale di ognuno di noi con il sé stesso bambino. Un lavoro di introspezione collettivo che …psicanalisti levatevi di torno!
Il Natale come invenzione vittoriana, il Natale dickensiano, quel per cui viene fuori il “A Natale siamo tutti più buoni”, al quale fa da controcanto il legittimo “Eh, dobbiamo esserlo tutti i giorni, non solo a Natale”. Che forse se non ce lo ricordassimo almeno una volta all’anno, a Natale appunto, non lo saremmo poi neanche tutti gli altri giorni. Lo sanno bene i fundraiser delle onlus.
Il Natale che ingloba dentro di sé antiche feste pagane.
Poi c’è Babbo Natale, che voglia o non voglia prima rende l’esperienza metafisica tangibile a più piccoli. E poi, quando sono pronti, li costringe a prendere coscienza del necessario distacco dal pensiero magico infantile. Prendendo il coraggio a piene mani e affermando, di loro intenzione una verità fortissima su un fatto che ha fondato il loro essere bambini e cioè tutta la loro vita. Vi pare cosa da poco conto? Neanche se in ogni famiglia avessimo a disposizione un Piaget con la sua equipe, riusciremmo facilmente a fare tutto questo lavoro. Non ho mai conosciuto famiglie così cristiane da negare Babbo Natale ai suoi figli, o quanto meno di negare i regali che arrivano in modo magico la notte di Natale. Magari esistono, ma sono poche. Anche il Natale dei cristiani coesiste pacificamente con Babbo Natale. Io personalmente sono diventato ateo quando è morto Babbo Natale. In sostanza sono stato un baby Nietzsche.
Il Natale come racconto. E vorrei sottolineare come il racconto di Natale è per tutti, credenti e non, quello ufficiale del Vangelo. Se la festa dei morti cristiana è stata soppiantata dalla commerciale Halloween, il racconto, la storia del Natale continua a essere per tutti quella di Betlemme. Babbo Natale non ha mai immaginato neanche per un secondo di potersi sostituire a quella storia, tanto potente, di una famiglia per strada e di un bambino che nasce. E non è necessario essere credenti, cristiani, cattolici magari, per riconoscere la bellezza di quella storia.
Ci sono i doni. Che poi possano perdere completamente senso è vero. Ma perché si fanno i regali di Natale e non i regali di Pasqua? Peraltro, come sottolineava sempre la mia austera catechista, la Pasqua dovrebbe essere la festa cristiana più importante, perché è lì che si gioca il grosso della partita…insomma, nascere siamo tutti nati, ma chi è bravo a resuscitare? E invece i doni sono una cosa natalizia. Diventiamo tutti Re Magi e con quel dono rendiamo omaggio a quel bambino appena nato che riconosciamo nell’altro, in colui a cui facciamo il regalo. Quando si dice l’importante è il gesto secondo me significa questo. Ti omaggio con un oggetto perchè riconosco che in te è nato qualcosa di nuovo. Come questo concetto si possa tramutare in set di sottopentole fa parte della creatività umana.
E poi c’ancora tanto altro nel Natale. L’atmosfera natalizia, la magia del Natale. Cosa sono? Difficile la risposta, si meriterebbe una indagine approfondita. Secondo me sono la voglia di stare bene. L’essenza dell’ottimismo e dell’energia che sappiamo, quando riusciamo, a mettere nel mondo.
Il Natale come desiderio di abbellire il mondo, proprio in senso estetico. Di fare delle cose non comuni per rendere bello il vedere: lucine, decorazioni, città che cambiano aspetto, case che cambiano aspetto. Modificare e aspirare al bello.
E c’è anche il Natale commerciale, che non si può trascurare turandosi il naso e guardandosi dall’altra parte con un atteggiamento da snob spirituale. Per quanto io detesti quando mi rimane in testa il jingle pubblicitario di un panettone, ammetto che ci sono persone, tante, per i quali l’esistenza del Natale diventa fondamentale per il sostentamento economico.
Si mischiano aspetti spirituali, sociali, psicologici, relazionali, religiosi in senso teologico, religiosi in senso comunitario, economici.
Esistono moltissime bevande diverse che si chiamano caffè. E non ce n’è una più legittima delle altre. Ce ne sarà una che è stata l’originaria, la prima bevanda in assoluto che si sia fatta utilizzando i semi tostati della Coffea Arabica. Ma dubito che sia quella che viene servita nei bar di Napoli. E se proprio vogliamo trovare un principio unico per definire tutta questa varietà dell’esperienza globale del caffè, secondo me il principio è il nostro bisogno, come umani, di bere caffè. (Il mio riduzionista interiore qui alzerebbe la mano e porterebbe la questione su un livello molecolare, di dipendenza che la molecola della caffeina genera nei sistemi neuronali. Allora si scatenerebbe un parapiglia, perché il mio antropologo interiore controbatterebbe qualcosa. Poi si alzerebbe il sociologo interiore e sbuffando andrebbe a preparare una moka per tutti solo per dimostrare la sua tesi. No, mettiamo il punto prima. Il caffè è sostanzialmente il nostro bisogno di bere caffè.)
C’è un momento dell’anno in cui viene il buio. E viene il freddo. E si avvicina una fine. In quel momento ci riuniamo, ci stringiamo vicino alle persone più care che abbiamo. Riflettiamo su quanto abbiamo fatto e su quello che faremo. Perché faremo delle cose, perché dopo quel buio verrà una nuova luce. Perché dopo quella fine, ci sarà un nuovo principio. Lo sappiamo questo, ma abbiamo bisogno comunque di un qualcosa che stia lì a segnalarcelo. Se questo qualcosa ha le sembianze di un bambino appena nato, meglio.
Per me personalmente questo è il Natale.
Ed è fantastico.